Willie Peyote: “Sono il Toro della musica italiana. E il derby ‘lo preparo’ al Fila”

Willie Peyote: “Sono il Toro della musica italiana. E il derby ‘lo preparo’ al Fila”

Esclusiva / Il noto rapper torinese si racconta a 360°: “Ho scelto il Toro perché Ferrini era meglio di Sivori e perché vincere non è mai l’unica cosa che conta. E oggi tutti al Filadelfia!”

di Lorenzo Bonansea,

All’anagrafe Guglielmo Bruno, classe ’85, nato a Torino e orgogliosamente “sabaudo” – come lui ama definirsi. Artisticamente, Willie Peyote, cantautore-rapper di congenita fede granata, e sulla cresta dell’onda negli ultimi mesi (a gennaio ha sbancato l’Hiroshima Mon Amour di Torino con tre date consecutive sold out) per l’uscita del suo ultimo lavoro ““, naturale prosecuzione artistica del penultimo album in studio “Educazione Sabauda“. Molti tifosi granata lo conoscono per il cult “Glik“, la canzone omaggio all’ex capitano registrata nel 2013, ma Willie è molto di più. Visceralmente granata e torinese nello spirito e nella pratica, Willie ci racconta come vive la sua fede per il Toro e il suo forte senso di appartenenza verso la città della Mole. Senza dimenticare, che domani c’è il derby – e per questa vigilia lui non ha dubbi: si va al Filadelfia.

Willie, “Sindrome di Toret” e il relativo tour stanno andando alla grande in tutta la penisola. In questo girovagare stai riuscendo lo stesso a seguire il Toro? 

Ultimamente, in realtà, sono spesso fuori quando giochiamo e quindi l’ultima partita che ho visto mi pare sia stata quella contro il Bologna. Le ascolto comunque tutte in radio sul furgone, e soprattutto obbligo tutti quelli che sono con me a farlo, e probabilmente per questo mi odiano un po’.

Tu hai sempre rivendicato – anche con un filo di orgogliosa presunzione – il tuo essere sabaudo: quanto è importante questo senso di appartenenza nei confronti di Torino nella tua musica? Cosa vuol dire per un artista vivere a Torino, oggi? E non a Milano, per dire.

La scelta di non andare a vivere a Milano prima di me l’han fatta altri, come i Subsonica. A Torino sei un po’ più in “provincia” rispetto a Milano, e questo ti permette di essere meno soggetto alle logiche spicciole e di mercato, c’è più libertà di pensiero nel fare la musica: a Milano hai l’ansia di dovercela fare, mentre Torino rappresenta una città sì di respiro europeo ma con più libertà di movimento nell’ambito artistico. Certo a Milano ci sono più opportunità, ma io penso che l’occasione te la puoi creare anche qui se fai un lavoro coerente. Torino rappresenta un’etica del lavoro profonda, io sono cresciuto così. Quest’etica del lavoro me la porto appresso e sono contento che i miei me l’abbiano inculcata: se lavori duramente, il lavoro paga.

In ““, uno dei pezzi più sabaudi della tua carriera, dici, a proposito del Toro: “Io no, voglio che vinca la mia squadra! Ma ne ho scelta apposta una che perdesse sempre. Perché in fondo la vittoria è molto sopravvalutata, e chi non è capace a perdere di indole è un perdente”. Sono curioso di conoscere l’esegesi di questo passaggio.

Quel verso lì nasce come risposta al motto dei gobbi: da quella parte di Torino c’è una squadra per cui “vincere non è importante ma è l’unica cosa che conta” – che è un insegnamento antisportivo oltre che diseducativo. Non si può vincere sempre, e non è neanche vero che vincere serve per forza, perché poi perde di valore il senso della vittoria stessa. Il discorso parte da un concetto calcistico, ma ha un senso più profondo. Parte dal fatto del perché io ho scelto il Toro: me lo ricordo perfettamente quando è successo. Perché la Fiat, perché gli Agnelli, perché Ferrini era meglio di Sivori. Chiuso il discorso. Perché l’approccio da proletario in lotta che si deve guadagnare il pane per me è più importante di quello di uno che nasce con la camicia. Questo non vuol dire che chi è fortunato poi non sa fare nulla, ma apprezzo di più chi si sforza nella vita, e quindi sì: “la vittoria è molto sopravvalutata”. Perdere fa bene: l’unico modo che si ha di migliorare è mettersi in dubbio, e se sei convinto che vincerai per forza non hai più manco quello, e prima o poi fallirai miseramente.

Nel 2013 hai registrato un pezzo – diventato cult per molti tifosi granata – dedicato a Kamil Glik. Per altro hai avuto l’occasione anche di conoscere l’ex capitano granata…

Sì, ed è un ragazzo molto umile, è stato un bell’incontro.E poi mi è sempre piaciuto come personaggio. Mi ricordo uno 0-0 col Genoa che salvò entrambe le squadre, e a fine partita abbiamo riempito di fischi la squadra. Lui fu l’unico che rimase in campo a prendersi i fischi. Come farebbe un capitano. Ho apprezzato la sua scelta. Lui era genuino anche in quello, sentiva la maglia granata. Motivo per il quale quando ha giocato col Monaco contro la Juve ha camminato su Higuain. Forse lì ha esagerato un po’, si è fatto prendere, ma capisco da dove nasce quella roba lì: era un modo per ridarci indietro qualcosa…

Io credo che esista un parallelismo “ideologico” tra il tuo modo di fare musica e il tuo essere granata. Essere del Toro è difficile, perché – come dici tu stesso – hai scelto una squadra che estremizzando “perde sempre”. Ci sono generi musicali giovanili  che vanno molto perché “piacciono a tutti”, un po’ come accade con le squadre di calcio di vertice, per le quali è piu “facile” tifare.

Io non sono pop in niente nella mia vita, proprio come concetto. Non discrimino nessuno, però a me non interessa essere ascoltato da tutti. Mi chiedi se la “trap” tra i giovani sta alla Juve come io sto al Toro? Guarda, Sfera Ebbasta in questo momento è la Juve. E’ l’artista che ha battuto ogni record italiano di sempre su Spotify – che poi è un meccanismo dove volendo puoi anche manomettere i numeri, ed è una cosa che anche la Juve in fondo ha sempre fatto. Io preferisco perdere in maniera genuina, do tutto me stesso in campo ma sono fallace ed è naturale sbagliare. Io sono una squadra di metà classifica in ambito discografico, poi  a livello nazionale potrei essere una neopromossa – tipo la Spal, ecco. Chi fa la trap e il pop – che comunque merita il mio rispetto, sia chiaro – invece rappresenta le varie squadre strisciate o il Napoli o la Roma, che piacciono molto di più. Ma a me non frega niente di piacere a tutti, mi piace essere così, mi piace essere il Toro.

Una cosa che mi sono sempre chiesto è: ma quando fai una canzone sul Toro in altre parti d’Italia, come reagisce il pubblico di fuori?

Guarda, è una cosa bellissima. Credo che il mio modo di essere genuino traspaia anche a loro, perché quando vado a Roma o a Bologna dove il Toro non è sempre ben visto, “Glik” è uno dei pezzi che funziona meglio. Me lo chiedono sempre in tutta Italia. A Roma ci sono Ultras della Curva Sud da cui ho preso le cinghiate ai tempi e che adesso mi chiedono di fare Glik ai live. E’ strano, ma è un piacere per me poter rappresentare dei valori di questo genere.

Venendo al Willie tifoso: che tipo sei? Un maicuntent o sei uno più paziente? 

Non sono né un nostalgico né un maicuntent. Cerco di essere razionale per quanto il tifo ovviamente non lo sia. Non sopporto chi dopo una vittoria è il più forte d’Italia e dopo una sconfitta è già in B. Cerco di essere un po’ meno umorale. Ad esempio, non sai quante volta ho litigato in Maratona con chi fischiava Meggiorini appena sceso in campo. Noi non siamo una tifoseria che fischia un giocatore della propria squadra (salvo rarissime eccezioni) prima che giochi, al massimo alla fine. Come non fai “buuu” ad un giocatore nero dell’altra squadra. Se lo fai, hai sbagliato tifoseria, e puoi benissimo andare dai gobbi.

Come vivrai questa vigilia del derby della Mole? E poi se potessi scegliere un giocatore granata da portare con te sul palco – così, a pelle – chi sceglieresti? 

La vigilia la passerò al Filadelfia a vedere il derby Primavera. E’ una cosa celebrativa. Io non sono un nostalgico, però il Filadelfia ricostruito, il primo derby, bisogna per forza andare. Per quello che rappresenta a livello storico. Domani me la vivrò così. Chi vorrei con me sul palco se potessi scegliere? Forse Burdisso e Rincon – ad occhio. Li vedo, caldi, con la garra, ma anche N’Koulou che è uno che apprezzo molto dentro e fuori dal campo. A me piacciono i difensori, facevo lo stopper, e di natura voglio essere un Glik non un Maradona. Poi secondo me N’Koulou è uno che tiene il palco alla grande, che canta e balla da Dio.

Come giudichi l’avvicendamento sulla panchina granata?

Umanamente Mazzarri non mi ha mai fatto impazzire, ma devo ammettere che è uno che quel lavoro lo sa fare. L’avvicendamento è stato sacrosanto, quindi. Di Miha non ero un detrattore a prescindere. Ho letto molto della sua storia personale: il suo essere figlio di una famiglia mezzo croata e mezzo serba, tutta la storia che c’è dietro… L’ho rivalutato su questo tema. Però quella cosa su Anna Frank è stata una grandissima stronzata. Io come tifoso ti posso perdonare queste cose se poi fai bene il tuo lavoro, oppure posso perdonarti di non essere il miglior tecnico al mondo se poi incarni l’ideologia in qualche modo… Ma se alleni male e poi dici anche queste cose, allora meriti di andare a casa.

Infine, un pronostico per domenica.

Non lo posso davvero fare! Però cinicamente basta guardare la statistica: io sono del 1985 e di derby vinti e visti dal vivo allo Stadio per me purtroppo c’è solo quello del 2015. E quindi la statistica non è dalla nostra, e loro raramente sbagliano due partite di fila. Secondo me arriveranno con il coltello fra i denti. Poi loro fanno sempre finta che non gliene freghi nulla, ma alla fine lo giocano sempre eccome il derby… Insomma, è dura: poi tutto è possibile, ma deve andare tutto in fila. Comunque sia, dai, non è detto…

3 Commenta qui
  1. giova85 - 5 mesi fa

    bravo! ascolterò un po’ quello che fai…
    forza TORO !

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  2. Gabo - 5 mesi fa

    Grande Willy! Uno che in poche parole ha reinterpretato il modo d’essere granata!

    Rispondi Mi piace Non mi piace
  3. FVCG'59 - 5 mesi fa

    «Noi siamo il Toro, loro no: bisogna partire da questa premessa per batterli, avere carattere e voglia di dimostrarlo, di rimarcare le differenze. Noi non avevamo paura di loro, al massimo gli facevamo paura. Avevamo il desiderio di ottenere qualcosa di importante». Paolo Pulici, attaccante e tifoso del Toro.

    Rispondi Mi piace Non mi piace

Recupera Password

accettazione privacy