Toro, quella bandiera del Filadelfia…

Toro, quella bandiera del Filadelfia…

Vej Turin / Giacinto Ellena: il ragazzino che vede nascere lo stadio degli Eroi…

di Redazione tvvarna

Poco prima di morire, il 3 novembre del 2000, il Torino, nella persona dell’allora presidente Attilio Romero passò una porta, in via Leonardo da Vinci (zona piazza Carducci) per rendere l’estremo saluto a un giocatore che del Torino fu molto più che bandiera e storia. Stava infatti morendo Cinto Ellena, classe 1914, una vita al Torino e per il Torino.
Difficile rinasca uno come lui, perché Ellena era il Toro del Filadelfia – alla cui inaugurazione partecipò ancora ragazzino, tifando granata dagli spalti e arrivando allo stadio dopo aver attraversato con i mezzi tutta la città (allora Ellena abitava nei pressi della Gran Madre) – quello battagliero in campo e attento in sede, quello che aveva occhi e orecchie in tutti i campi di periferia della città e in tutti i campi minori d’Italia.
Nato e cresciuto a Torino, nella Torino della grande stagione calcistica degli anni ’20, Ellena raccontò in seguitò come iniziò il mestiere di calciatore: «un mio insegnante a scuola, il professor Musso, che aveva giocato come portiere di riserva nel Torino, parlava sempre, a me e al mio povero fratello, di calcio, ed un giorno ci portò al Torino, al campo di via Sebastopoli e ci regalò un pallone nuovo. Io avevo dieci anni e da quel momento diventai tutto granata». Dopo la trafila “di ordinanza” nei Balon Boys, Ellena esordì in Serie A nel 1934, durante giorni sciagurati per il Torino che si ritrovò a dibattersi in zone di bassa classifica fino ad allora inusuali. Tenne duro, il Toro, e tenne duro anche Ellena che si consacrò protagonista con la vittoria della Coppa Italia nel 1936 andando a formare il “centrocampo delle sei elle” con Gallea e Allasio. Quella fu una vera mediana di ferro, forte fisicamente e capace a smazzare palloni; i tre furono il motore granata nei campionati della rinascita: in campo gli enfants terribiles a giocarsi la Serie A mentre in tribuna i tifosi apprezzavano con applausi e grida, dando vita tutti insieme alla grande leggenda del cuore Toro. Oltre alla coppa, il Torino portò a casa alla fine di quelle stagioni due terzi posti e un nono posto, nello stesso anno in cui perse la finale di coppa Italia.
A quel punto una parentesi: nell’estate del 1938 lo prese il Milan. Non fu una delle stagioni migliori: nove presenze e a fine anno il club rossonero lo lasciò andare, questa volta destinazione Firenze. In viola Ellena colse molte più soddisfazioni: sessanta presenze, un gol, e un’altra coppa Italia. Nel 1941 a Torino, sponda granata, Novo intento nella costruzione della sua macchina perfetta decise di richiamare il ragazzo della Gran Madre: per “Cinto” Ellena, granata nell’anima, fu l’occasione per esprimere il meglio di sé. L’epoca degli enfants terribiles era ormai passata e lui era un ventisettenne nel pieno della propria maturazione calcistica, pronto per essere protagonista della grande rivoluzione tattica del Grande Torino. A Firenze, infatti, Ellena aveva avuto modo di giocare con il Sistema, imparandone i movimenti e il gioco. Quando Novo impartì a Kuttik l’ordine di passare al nuovo modulo, Ellena divenne una delle chiavi tattiche di quella squadra, retrocedendo al centro della difesa, con a fianco Ferrini e Piacentini. Stava nascendo lo stopper ed Ellena fu il primo, in quel neonato ruolo, a centrare obbiettivi e soddisfazioni. Quando, infatti, il campionato 1942-43 entrò nel vivo Kuttik venne sostituito da Janni e il Toro produsse un gioco sorprendente: era la prima volta che una squadra sistemista riusciva ad affermarsi in Italia. In corsa su due fronti, il Toro quell’anno centrò tutti gli obiettivi: Scudetto, vinto a Bari con gol all’ultimo respiro di Mazzola, e coppa Italia – l’ennesima per Ellena. Ricordò “Cinto” della trasferta scudetto: «sentivamo talmente quell’impegno che Novo, per timore che tifosi o altri viaggiatori potessero disturbare la squadra, fece apporre sulla fiancata del vagone la scritta “malati in quarantena”. Nessuno naturalmente osò disturbarci».
La guerra rovinò anche la sua carriera, che lo vide già più che trentenne nel 1945, anno in cui il suo posto in squadra venne preso da Rigamonti. Ellena riprese le valigie in mano e vagò l’Italia, giocando in campi minori, fino ad appendere le scarpe al chiodo all’inizio degli anni ’50.
Uomo amato dalle donne (un suo flirt finì strombazzato dai giornali nel 1955) Ellena dedicò il resto della sua vita al Torino, entrando in quella rete di osservatori che rese celebre il club granata; “Cinto” scoprì, tra gli altri, Pulici, Fuser, Zaccarelli e Dino Baggio, ma potrebbe trattarsi di una lista molto più lunga.
Allenò anche, quando la società glielo richiese, per brevi spezzoni dal 1959 al 1963. Erano anni speculari a quelli del suo esordio da giocatore con la squadra (Talmone Torino) retrocessa, poi promossa e protagonista di stagioni bizzose. Fece il suo, ma, pur essendo un gran conoscitore di calcio, i migliori successi li colse come osservatore, insegnando ai giovani a diventar campioni.

Incarnò per anni, anche durante la vecchiaia, la memoria e la testimonianza del Cuore Toro.

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