La lezione di Mondonico: un Toro che può vincere rimanendo se stesso

Editoriale / Uomini che ricordano perché questi colori sono diversi dagli altri

Un Toro che vinceva, un Toro compatto, dalla squadra ai tifosi. Un Toro – in estrema sintesi – in cui contava solo il Toro, e null’altro. Nessuna polemica sulla dirigenza, né talenti ballerini, né malumori della piazza. Certamente un Toro da cui oggi tutti dovrebbero prendere esempio. Perché quello era un Toro vero, fatto in pari misura di grinta e qualità, ma soprattutto fatto della consapevolezza di essere di una materia diversa dagli altri.

E di una materia diversa dagli altri era sicuramente fatto Emiliano Mondonico, l’allenatore gentiluomo, ma con un cuore caldo, pulsante e granata. L’eroe che spinse in alto quella maltrattata sedia, diventata in seguito il simbolo della finale di Amsterdam, dell’uomo e del Toro tutto: una ribellione contro il destino di cui tanto si è scritto da diventare quasi banale, ma che tale non potrà mai essere perché tale non sarà mai tutto ciò che rappresenta.

In tutto quello che era Emiliano Mondonico c’era una parte di quel Toro lì, sempre più lontano e apparentemente irraggiungibile, ma bussola di giorno in giorno più significativa nei tempi in cui il calcio sembra soltanto una questione di potere e denaro. A questa narrazione che in quegli anni ’90 cominciava a prendere piede, il Mondo ha sempre opposto la sua idea di calcio, italiana nella tradizione e orgogliosamente anticonformista. Soprattutto, vincente.

Un grande Toro è possibile, la grande lezione di Mondonico. Costruito sulle basi dell’identità e cresciuto su quelle del talento. Una squadra (e qualcosa in più) di cui andare profondamente orgogliosi e che forse, un giorno o l’altro, potrà pure tornare ad Amsterdam, come recita il celebre coro intonato da un popolo che non si rassegnerà mai. Senza il Mondo, chissà chi saprà alzare quella maltrattata sedia.

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