Il vero granata è un eroe, impavido e sincero

Il vero granata è un eroe, impavido e sincero

di Guido Regis

Nel 1966 ero uno dei tanti bambini che viveva con la famiglia a Lucento, nella periferia di Torino, in quelle palazzine costruite in mezzo ai campi dove ancora pascolavano le pecore e molti dipendenti della FIAT pensavano di potersi distinguere un poco da chi “meno fortunato” aveva acquistato casa proprio di fronte a Mirafiori piuttosto che alle Vallette o in Via Artom. Da li a poco i campi sarebbero…

di Redazione tvvarna

di Guido Regis

Nel 1966 ero uno dei tanti bambini che viveva con la famiglia a Lucento, nella periferia di Torino, in quelle palazzine costruite in mezzo ai campi dove ancora pascolavano le pecore e molti dipendenti della FIAT pensavano di potersi distinguere un poco da chi “meno fortunato” aveva acquistato casa proprio di fronte a Mirafiori piuttosto che alle Vallette o in Via Artom. Da li a poco i campi sarebbero svaniti come nella più famosa Via Gluck. Mi accingevo a iniziare la scuola elementare sapendo già leggere e scrivere. Ero probabilmente un soggettino strano, figlio di un uomo strano, uno Juventino che non mi aveva fatto ancora ben capire di esserlo ( lo intesi solo qualche anno dopo), che mi aveva insegnato a leggere praticamente a quattro anni, mi dava i “compiti” al mattino prima di andare a lavorare e si arrabbiava se alla sera quando tornava dal lavoro non gli spiegavo il funzionamento del corpo umano, piuttosto che del riscaldamento o delle lampadine.

Così io leggevo, leggevo e studiavo ancora prima di iniziare la scuola dell’obbligo. Pensate che la sera andavo a dormire tardi perché non riuscivo a staccarmi dai libri di Salgari, li ho letti tutti ed erano oltre 200; qualche anno più in la, prima di compiere 12 anni, mi sarei già cimentato con Fogazzaro e Verga. Per di più ascoltavo musica classica,  Mozart, Beethoven e Bach o alcuni musicisti scandinavi che mi facevano impazzire e di cui non rammento il nome. Se la sera i miei si piazzavano davanti all’unico canale televisivo a sentire Claudio Villa o Morandi, Celentano, Vanoni e simili  inorridivo; l’avrei fatto anche qualche anno più tardi per Claudio Baglioni, ma sarebbe durato poco.

Inorridivo anche ad ogni forma di turpiloquio, e scrivevo poesie.  Una di queste fu letta da un famoso regista dell’epoca, Luigi Comencini, che la adottò quale sigla di un’ altrettanto famosa trasmissione televisiva dell’epoca, sulle scuole e sui bambini dell’Italia degli anni 60. La cantò Gigi Proietti, ed il mio nome apparve per diverse settimane sui teleschermi in prima serata nelle sigle di apertura di quella trasmissione “ I bambini e noi” in qualità di autore del testo. Tuttavia non sono diventato famoso come Mogol. Ebbene in quegli anni di vita un po’ anomala per un bambino, una delle poche cose che mi accomunava ai coetanei era la passione per il calcio che giocavo all’oratorio, rigorosamente in difesa ( un secchione non può pretendere di saper giocare in attacco), ma mi sarei rifatto in parte negli anni successivi.

Dopo tutta questa introduzione sul bimbo secchione e mezzo prodigio vi aspetterete che dica che tifavo Toro….e no miei cari. Tifavo Inter, la grande Inter degli scontri epici con il Borussia, il Real Madrid, il Liverpool, quell’Inter che forse già allora sapeva come addomesticare le partite con Moratti Senior e Allodi “ il serpente”. Il mio idolo era Sandro Mazzola.  Ma l’anno 66 fu un anno strano. Ricordo che mio padre ogni tanto mi portava a vedere delle partite di una squadra giovanile che vestiva il colore granata. A volte al Filadelfia altre volte al Ruffini, mi pare. Si giustificava con il fatto che l’Inter era di Milano  e quindi a Torino non giocava mai. Poi ogni tanto mi sparava qualche filmato 8 mm sulla storia di una grande squadra, la più grande della storia del calcio mondiale, raccontandomi come anche lui aveva pianto a dirotto il giorno della tragica scomparsa, benché fosse juventino. Io nel frattempo avevo cominciato ad insospettirmi del comportamento tenuto dalla grande Inter di Herrera; notavo sempre qualche cosa di strano in quelle partite, non saprei dirvi cosa, ma ho un vago ricordo di un fastidioso disagio nell’osservare le sintesi alla televisione piuttosto che nell’ascoltare le radiocronache. La Juventus proprio non la consideravo, avevo compreso che era di proprietà di un paio di ricchi con la erre moscia ed il nome di un animale, i quali costringevano mio padre ad orari folli per guadagnarsi da vivere ed arricchirli sempre di più. (nota: non sono mai stato ne sono di sinistra, la verità non ha semplicemente un colore politico). Probabilmente pensavo che mio padre sostenesse quella squadra solo per non perdere il lavoro.

La folgorazione avvenne il giorno in cui sulla maglia del capitano della squadra degli angeli, in uno dei tanti filmati che mi tenevano incollati allo schermo di proiezione, lessi il nome Mazzola. Quando scoprii che era il padre del mio idolo calcistico, mi infuriai e dissi a me stesso “ ma come può un figlio di cotanto padre giocare in una squadra diversa dal Torino”. Ed allora per sopperire al grave affronto del figlio decisi di diventare granata; scelta consapevole in sostanza. Freud scriverebbe banali ovvietà, magari avendo ragione. Sta di fatto che non sono diventato juventino come mio padre, ne interista come il figlio del Capitano dei Capitani. Ed il Toro era tutto sommato una bella squadra, con giocatori che davano l’anima e con un talento niente male che in alcune cose ricordava Valentino Mazzola, un tal Gigi Meroni. L’allenatore era un duro, Nereo Rocco ed in squadra si contavano altri nomi di gente impavida come Giorgio Ferrini e Nestor Combin, Lido Vieri Fu un bell’anno, non ricordo come fini il nostro campionato ma so che mi sentii fiero di essere granata e che Meroni aveva preso il posto di Mazzola nel mio cuore.

Alla ripresa del campionato 1967 – 68 iniziavo ad avere una certa consapevolezza del senso di appartenenza a quei colori, ma mio padre non mi consentiva ancora di andare alla stadio, anche perché molto lontano da Lucento. Della sera del 12 ottobre ho un ricordo sfuocato ma certamente più intenso rispetto a tanti episodi della mia infanzia. Ero in sala da pranzo a leggere, manco a dirlo, felice per la bellissima vittoria ottenuta nel pomeriggio sulla Sampdoria. La scuola era appena iniziata e comunque la sera della domenica in genere io difficilmente avevo ancora da studiare qualcosa. Appena dopo cena notai uno strano trambusto sul ballatoio del mio alloggio; i miei cari ed anziani vicini di origine veneta, suonarono alla porta. Gli udii parlare a bassa voce con mia madre e mio padre, il quale chiuse la porta della stanza per non farmi ascoltare. Avvertii solo questa frase “ pensate di dirglielo?”. Dirmi che cosa?….. Rimasi in allerta. Qualche minuto dopo mio padre aprì la porta e mi si avvicinò. “Devo dirti una cosa brutta Guido”. Ricordo che pensai a tante possibilità per me gravi allora, del tipo che avevano scoperto una qualche mia marachella (ero un secchione, ma estremamente vivace), che dovevamo cambiare casa (sai che tragedia), che non mi avrebbero fatto alcun regalo per Natale, insomma a sette anni non hai ancora la consapevolezza completa dell’importanza della vita, della malattia e della morte e quasi non ci pensi. “Gigi Meroni ha avuto un brutto incidente, lo ha investito una macchina in C.so Re Umberto”. Ma come è possibile che Gigi Meroni attraversi una strada – pensai – lui è un piccolo Dio, vola come una farfalla, o lo accompagnano su macchine lussuose. Ma perché attraversava la strada?. E poi non era a cena con i compagni di squadra? Tante domande che feci a me stesso e forse a mio padre, ma la più importante fu “si è rotto le gambe?”. “Si “ mi disse mio padre, appoggiandomi una mano sul capo. “Quanto ci vorrà perché guarisca ?”.  Mio padre non ebbe il coraggio di dirmi tutta la verità ma ci provò “non giocherà più a calcio, è impossibile che riesca a guarire bene”. Sentii un dolore tremendo al petto, tuttavia lo mascherai quasi a voler dimostrare a mio padre di essere persino distaccato, illudendomi che ci fosse ancora una speranza. “E’ dura adesso, domenica prossima c’è il derby contro quei brutti dei tuoi padroni.”  Mio padre chinò il capo, annuì, poi mi disse “ vedrài che ci batterete lo stesso”. A quel punto gli domandai di poter vedere se in televisione dicevano qualcosa dell’accaduto e lui improvvisamente si irrigidì assumendo il suo solito fare burbero ed intimandomi di andare a dormire. Fu l’errore che lo smascherò e se ne rese conto. Era troppo presto per mandarmi a letto. Lo fissai come ero uso fare quando volevo sfidarlo ma con maggiore intensità e lui, differentemente dal solito, vacillò nella sua autorevolezza. Fu un lungo silenzio con i nostri sguardi che si incrociavano poi mi disse “Se guardi la televisione soffri troppo….”Ed io“ “Perché?” “Perché Gigi Meroni è volato in cielo, come un angelo farfalla, e non tornerà più sulla terra” e mi strinse forte al suo petto. Mormorai incredulo “Ma allora è morto, Papa?”.  Il  nuovo silenzio mi diede la conferma. Non conoscevo il turpiloquio e comunque l’ho sempre odiato, anche oggi che mio malgrado ho imparato ad utilizzarlo, soprattutto per sveltire certe definizioni di soggetti inetti che richiederebbero fiumi d’inchiostro o di parole per descrivere in modo forbito le quotidiane nefandezze mentali e comportamentali. Non conoscevo il turpiloquio, dicevo, ma la disperazione che mi colse e le sensazioni che ne scaturirono potrebbero oggi essere riassunte con le peggiori imprecazioni segnalate anche sul De Mauro. Tuttavia non dissi più nulla e mi sforzai di non piangere, fintanto che mio padre non si allontanò, anche se l’angoscia era insostenibile Attesi anche i gesti consolatori della mamma e dei vicini poi, una volta solo, accesi il televisore e, manco a farlo apposta, di li a pochi minuti ebbi la conferma definitiva dell’ultimo volo della farfalla granata. Mestamente mi diressi verso il mio letto e ricordo solo che mi addormentai ben più tardi in un cuscino spaventosamente umido. Al mattino mi risvegliai battezzato definitivamente da vero tifoso granata, eroico, impavido e forte.

Attesi tutta la settimana l’arrivo del Derby. La domenica mio padre mi fece la sorpresa di portarmi allo stadio per la prima volta. Sbagliò curva, almeno credo, o molto più probabilmente i suoi colleghi riuscirono e recuperargli due biglietti solo nel settore avverso. Fatto sta  che i gobbi dovettero sopportare di vedere un bambino di sette anni, con sciarpa rigorosamente granata, urlare in mezzo a loro con tutta la sua forza“ GOOOOOOAAAAAAAAL” per ben quattro volte. Mio padre continuava a giustificarsi dicendo che lui era della Juve ma…“mio figlio è molto più in gamba di me” e rideva felice come una Pasqua. Il vero granata è un eroe che sopporta ogni avversità senza paura e con una spaventosa forza d’animo. Non è mai frustrato da un sconfitta. Non gli interessa vincere decine di scudetti miliardari o truccati, perché è lui che sa già vincere ogni giorno nella vita.  Il vero granata sta vicino alla sua squadra, la critica in modo costruttivo e la sostiene comunque e sempre perché è fiero di appartenervi. Quando vince, vince perché c’è lui.

Il vero granata è il Toro. Quel volpone di Cairo l’ha capito e ci ha fregato lo slogan. 

(Fine prima parte)

Guido Regis
Presidente del Toro Club C.T.O. Claudio Sala

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