Le Loro storie, Amauri: “Quegli sporchi minuti di recupero”

Le Loro storie, Amauri: “Quegli sporchi minuti di recupero”

Esclusiva / Il brasiliano e i suoi derby decisi oltre il novantesimo

di Marco Parella

Inauguriamo con il derby un nuovo modo di raccontare il calcio: quello dei protagonisti. Calciatori, allenatori, dirigenti. Sempre sotto la luce dei riflettori, ma mai veramente compresi o comprensibili. Noi li vogliamo avvicinare ai tifosi e ribaltare il meccanismo delle interviste. Non saremo noi a chiedere, saranno loro a raccontarci un aspetto del mondo in cui vivono. Un tema libero, potremmo dire. Sono i protagonisti stessi della nostra passione a condividere con noi “Le Loro storie”. Senza filtri, senza meta.

Amauri oggi vive a Miami e attende con molta tranquillità di sapere cosa gli riserva il futuro a livello calcistico. I suoi trascorsi sotto la Mole, però, parlano di un curriculum di cinque derby (due con la maglia bianconera, tre con quella granata), tutti con grandi emozioni nei minuti finali, due addirittura decisi a tempo largamente scaduto. In un viaggio della memoria che parte da un episodio famigliare, ci racconta cosa vuol dire vivere quei maledetti minuti di recupero in campo o in panchina. E al suo amico Belotti manda un buon consiglio…

L’altro giorno ero a vedere una partita di mio figlio e dei suoi compagni. A trenta secondi dalla fine un ragazzino dell’altra squadra ha segnato l’1-0 e loro hanno perso. Si sono messi tutti a piangere, è stato straziante assistere. Io quelle situazioni le ho provate in campo e adesso da padre e, vi assicuro, sono momenti che non vorresti vivere mai.

Quando ti succede di perdere all’ultimo secondo il rammarico è lo stesso, che tu sia un giocatore o un tifoso sugli spalti. È un dispiacere troppo grande, quasi imbarazzante. Dall’altra parte, quando succede a te di vincere ben oltre la “zona Cesarini” è una goduria, ti sembra di avere il mondo ai tuoi piedi. Ed è esattamente per questo motivo che il calcio è meraviglioso: perché ti dà e poi ti prende.

Il mio primo derby della Mole l’ho giocato sull’altra sponda, ho segnato a Calderoni al 48’, sostituito da Iaquinta a poco meno di 10’ dal novantesimo. Quando vinci con una sola rete di scarto ti viene l’ansia, ti vengono i brutti pensieri. “Mò fanno gol”, era la frase che mi girava in testa e non ci sono squadre più mature e squadre più ingenue, non ci sono “mentalità vincenti” e giocatori che non hanno paura. Quel lampo di pessimismo e scaramanzia passa nella mente di tutti. I derby, poi, sono partite extra campionato, uniche senza retorica. Tu puoi arrivarci da capolista o da ultimo in classifica, ma parti alla pari. Io che l’ho vissuto da entrambe le parti, qui a Torino, posso dirvi che la tensione della vigilia, la preparazione alla gara, le emozioni: è tutto uguale, nello spogliatoio del Toro come in quello della Juve. Poi, certo, un po’ diverso è stato quando ne abbiamo vinto uno dopo vent’anni e posso permettermi di dire “abbiamo”, visto che c’ero anch’io…

Quel 26 aprile (2015, ndr) mi è sembrato che i cinque minuti di recupero durassero più dell’intera partita. Matteo e Fabio (Darmian e Quagliarella, ndr) avevano ribaltato il risultato abbastanza presto, per cui c’era ancora tanto da giocare. Tutti i presenti all’Olimpico erano perseguitati dagli stessi fantasmi, dalle stesse paure. Tifosi, giocatori, dirigenti. Ero in panchina e pensavo solo “Deve fischiare, questo match deve finire”. In quelle situazioni così cariche di adrenalina ognuno cerca di dare il suo contributo. Mi ricordo Cristiano Ronaldo uscito per infortunio nella finale degli ultimi Europei che in panchina fa praticamente l’allenatore, sbracciandosi, dando consigli, urlando. Ecco, così era quel giorno per noi. Tutti cercavano di dare una mano, avvertire un compagno, incitarlo. Persino i magazzinieri gridavano indicazioni. E chi è in campo in quei frangenti sente tutto e prende fiducia. Si spera.

All’andata invece andò male, ma non ce lo meritavamo. Stavamo perdendo (rigore di Vidal al 14’, ndr), poi Bruno (Peres, ndr) si è inventato “quella roba lì”, devastante… Un’azione che rimarrà indimenticabile per entrambe le tifoserie, credo. Infine Pirlo, minuto 94. La prima cosa che ho detto è stata un’imprecazione, poi ho formulato “non ci credo”. Non potevo crederci perché stavamo bene, non ci stavano bastonando, anzi. Creavamo occasioni, stavamo giocando esattamente come l’avevamo preparata. Vedere quel gol dalla panchina… eh sì, è stato il minimo dire una bella parolaccia!

Il derby che arriva sabato sarà forse il più equilibrato degli ultimi anni, Juve e Toro ci arrivano sane, giocando bene e con delle grandi ambizioni. Sarà una grande partita e io sarò qui a casa a Miami davanti al mio iPad a gustarmela, sperando che all’ultimo secondo il mio amico, un certo “Galletto”, possa buttarla dentro. Ma se si arrivasse alla fine col Toro in vantaggio di un gol, il mio consiglio è: non rischiare nulla. In carriera, per fortuna, qualche gol all’ultimo minuto l’ho fatto e se sei un attaccante e ricevi palla a centrocampo o più in là è tuo dovere difenderla, guadagnare tempo, provare a far salire e rifiatare i compagni. Se però la palla si avvicina alla tua area, amico mio, buttala più lontano che puoi. Sarà sempre la scelta giusta.

2 Commenta qui
  1. torinodasognare - 1 anno fa

    L’idolo ne è immune

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  2. tric - 1 anno fa

    Come se la cava con gli uragani?

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