Le Loro storie, Omar El Kaddouri: “Mi prenderei volentieri un giallo per zittire i razzisti”

Le Loro storie, Omar El Kaddouri: “Mi prenderei volentieri un giallo per zittire i razzisti”

Esclusiva / L’ex granata dal cuore (e passaporto) marocchino riflette su ius soli e pregiudizi. Che albergano anche a Napoli.

di Marco Parella

Un nuovo modo di raccontare il calcio: quello dei protagonisti. Calciatori, allenatori, dirigenti. Sempre sotto la luce dei riflettori, ma mai veramente compresi o comprensibili. Noi li vogliamo avvicinare ai tifosi e ribaltare il meccanismo delle interviste. Non saremo noi a chiedere, saranno loro a raccontarci un aspetto del mondo in cui vivono. Un tema libero, potremmo dire. Sono i protagonisti stessi della nostra passione a condividere con noi “Le Loro storie”. Senza filtri, senza meta.

Fantasia al potere. È questo che Omar El Kaddouri ha rappresentato per il Torino e, molto poco, per il Napoli. Lo abbiamo conosciuto incostante, ma di qualità in campo, lo ritroviamo pensieroso e piacevolmente saggio su un tema che gli sta sicuramente a cuore: nazionalità e razzismo. Parole ed esperienze personali importanti da uno che di passaporti ne ha due e che ha vissuto dieci anni in Italia. Cittadino del mondo, fortunato ad aver trovato due suoceri bresciani atipici.

A Brescia contro il Grosseto Sforzini mi urlò “algerino di merda” dopo un fallo. Io gli risi in faccia e me ne andai, aveva pure sbagliato nazionalità. De Maio invece si incazzò tantissimo e prese un rosso. Sinceramente, preferisco mi dicano marocchino o algerino di merda, piuttosto che insultino mia mamma. Tanto, alla fine dei conti, il razzismo è una gran brutta cosa, ma bisogna andare oltre perché al mondo capitano cose molto più gravi e non sono due o tremila persone che mi insultano che cambieranno il mio umore.

NEWCASTLE UPON TYNE, ENGLAND – JULY 29: El Kaddouri Omar of Morocco strikes while Maya Yoshida of Japan defends during the Men’s Football first round Group D match between Japan and Morocco on Day 2 of the London 2012 Olympic Games at St James’ Park on July 29, 2012 in Newcastle upon Tyne, England. (Photo by Stanley Chou/Getty Images)

 Mia mamma si trasferì in Belgio a 12 anni con i genitori, mio padre ci arrivò a 25 per lavoro. Sono entrambi marocchini, però si sono conosciuti e innamorati da emigrati. Io sono nato e cresciuto in Belgio e ho giocato nelle nazionali giovanili belghe, ma quando c’era l’inno mi sentivo un po’ diverso dagli altri. “Che cavolo ci faccio qui? Io sono marocchino”, pensavo. I miei genitori mi hanno educato alla loro cultura d’origine, ogni estate andavamo due mesi in vacanza in Marocco e ho avuto da subito il passaporto di entrambi i Paesi, ma alla fine ho deciso di giocare per il Marocco, perché è con quella maglia che mi sento me stesso. È stata una scelta di cuore perché la Nazionale non è come un club. Se nella tua squadra ti mettono in panchina, ti incavoli. Se ti convocano in Nazionale e non giochi, non è un problema, perché in quel contesto rappresenti il tuo Paese, il tuo popolo.
In Italia sono arrivato a 18 anni e avrei anche potuto richiedere la cittadinanza, ma non me la sarei sentita addosso la maglia azzurra.

Credo che chi nasce in un Paese debba avere automaticamente la cittadinanza. Anche se poi non ci resterai in quel posto, lì inizia la tua vita, sarà sempre nel tuo cuore. Così è in Belgio e in Marocco (ndr: i bambini nati in Belgio acquisiscono automaticamente la nazionalità a 18 anni o a 12 se i genitori risiedono nel Paese da almeno 10 anni; per ottenere il passaporto marocchino, invece, è sufficiente che anche solo uno dei due genitori lo sia, indipendentemente dal luogo di nascita del bambino), è strano che in Italia non sia così e si discuta ancora di questa cosa. Io ho due figli, Rayan ha un anno, Adam tre e mezzo. Sono nati entrambi a Brescia, la città di mia moglie Camilla, ma quando chiedono al più grande se è italiano o marocchino lui non sa cosa rispondere. Sarà una cosa da spiegargli, ma una cosa bella. Ora gli spiego che lui è italo-marocchino, come io sono belga-marocchino. Se si sentirà più l’uno o più l’altro lo sceglierà lui più avanti, quando sarà cresciuto, ma avere papà e mamma di due nazionalità diverse e conoscere culture differenti farà bene a lui e a suo fratello, è qualcosa che ti apre la mente.

TURIN, ITALY – MAY 31: Omar El Kaddouri of Torino FC salutes at the end of the Serie A match between Torino FC and AC Cesena at Stadio Olimpico di Torino on May 31, 2015 in Turin, Italy. (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

 Salonicco e Napoli sono due città molto simili, sul mare, con una tifoseria molto calda. Torino e Brescia invece sono più fredde a livello di clima, ma c’era il vantaggio di essere più libero di uscire e andare a cena con la famiglia senza dover fare 200 foto. Dicono che al Nord la gente sia riservata, ma a Torino io ho stretto tantissime amicizie, dentro e fuori dal campo, e mia moglie è ancora innamoratissima della città. Quando vede il Toro in tv mi ripete sempre “che nostalgia…”. Episodi di razzismo veri e propri non me ne sono mai accaduti. Diciamo che in Belgio se la polizia vede due ragazzi biondi e con gli occhi azzurri che camminano per strada a mezzanotte non li nota nemmeno, se vede due marocchini scatta un controllo. Questo da sempre, ma dopo gli attentati è cambiato qualcosa. L’anno scorso quando sono tornato in Belgio sono stato fermato sette o otto volte in un mese dalla polizia. Vedevano un marocchino dentro un fuoristrada di lusso e mi fermavano. Ci convivo con queste situazioni. In Grecia non accade nulla di tutto questo, poi torno in Belgio, vedo queste cose e un po’ mi girano le palle. Ma va beh, dopo quello che è successo, capisco anche il problema della sicurezza. Dipende sempre se il controllo è eseguito in maniera rispettosa o se invece gli agenti passano il limite. Quando succede io non ci sto e glielo dico in faccia. Una volta a Napoli ero in auto con Mertens, guidavo io. Posto di blocco della Stradale, ci fanno accostare. Il poliziotto mi ha chiesto di abbassare il finestrino, non mi aveva riconosciuto. Non ho capito cosa mi avesse detto e ho chiesto di ripetere. Lui e il suo collega si sono messi a urlare “apri la porta, adesso!”. Ho detto di calmarsi, ma non volevano sentire ragioni; poi hanno visto Mertens e hanno immediatamente cambiato atteggiamento. Facevano i simpatici. “Prima non ci avevate riconosciuti e facevate i fenomeni – mi sono sfogato –, adesso invece volete fare le foto con noi. Finite il controllo e lasciateci andare”.

NAPLES, ITALY – NOVEMBER 05: Omar El Kaddouri of Napoli celebrates after scoring goal 1-0 during the UEFA Europa League Group D match between SSC Napoli and FC Midtjylland at Stadio San Paolo on November 5, 2015 in Naples, Italy. (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Gli insulti razzisti dei tifosi avversari non mi fanno né caldo, né freddo. Se mi capitasse durante una partita, non uscirei dal campo. Spetta all’arbitro decidere, ma uscire sarebbe come dargliela vinta e io non sono uno che abbandona. Al contrario mi impegnerei per vincere la partita e segnare. E dopo il gol andrei a provocarli, mi prenderei volentieri un cartellino giallo. Lo fece una volta Eto’o in Spagna che, per rispondere ai cori che lo avevano martellato per tutta la partita, segnò e andò sotto la curva avversaria imitando una scimmia. L’ironia è la miglior risposta.

È difficile far cambiare mentalità a migliaia di persone. Da un lato servirebbero sanzioni più dure per chi si dimostra razzista, un modo per dare un segnale del fatto che il razzismo non deve avere un posto non solo nello sport, ma nel mondo. Dall’altro lato mi ha sempre irritato che arriva in un Paese e dopo dieci anni ancora non parla la lingua. Come puoi integrarti sul serio? I giornali poi ci vanno a nozze con queste cose. Se uno straniero commette un reato, il titolo dell’articolo riporterà sicuramente la sua nazionalità, se il colpevole è un italiano allora sarà semplicemente un “giovane ragazzo”. C’è bisogno di tanto lavoro da entrambe le parti per capire, accettare e rispettare culture diverse, perché, come si dice, fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce e il brutto gesto di uno cancella le migliaia di persone che vivono in armonia.

TURIN, ITALY – FEBRUARY 19: Omar El Kaddouri (R) of Torino FC competes with Oscar de Marcos of Athletic Club during the UEFA Europa League Round of 32 match between Torino FC and Athletic Club on February 19, 2015 in Turin, Italy. (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

 Mia moglie è di Brescia, una città molto conservatrice. Avrei potuto capitare in una famiglia più chiusa, tanti avrebbero faticato ad accettare che la loro figlia sposasse un ragazzo marocchino, invece con i miei suoceri l’argomento “nazionalità” non è mai nemmeno stato toccato. Quando l’ho conosciuta io ero giovane, vivevo da solo in Italia e i suoi genitori hanno solo due figlie femmine, per cui mi hanno subito adottato. Mi hanno sempre trattato come il figlio che non hanno mai avuto. Sono stato fortunato, molto, me ne rendo conto.

 

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6 Commenta qui
  1. drino-san - 10 mesi fa

    cercate “marocchinate” su wikipedia poi rileggetevi l’articolo. Quanto a te , magico El Kaddouri, continua a legarti le scarpe dopo che perdi palla, abbiamo imparato ad amarti così…

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  2. magnetic00 - 10 mesi fa

    e…..se un italiano va in marocco, ha gli stessi diritti che hanno loro da noi? Ma….

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    1. maraton - 10 mesi fa

      gli arabi ed in particolare i marocchini sono più razzisti degli europei.
      personalmente trovo che siano un popolo squallido

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      1. magnetic00 - 10 mesi fa

        Grande maraton!

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  3. user-13708147 - 10 mesi fa

    ahahahahaa
    in effetti

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  4. Zagor - 10 mesi fa

    Apprezzo l’intelligenza del personaggio. Il solo dubbio è capire se direbbe le stesse cose con uno stipendio di 900 euro al mese

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