Le Loro storie, Fabbrini: “Per scoprire i talenti non basta Youtube”

Le Loro storie, Fabbrini: “Per scoprire i talenti non basta Youtube”

Esclusiva / L’ex Crotone e Torino racconta la sua esperienza da capo degli Osservatori per le Giovanili granata

di Marco Parella

Un nuovo modo di raccontare il calcio: quello dei protagonisti. Calciatori, allenatori, dirigenti. Sempre sotto la luce dei riflettori, ma mai veramente compresi o comprensibili. Noi li vogliamo avvicinare ai tifosi e ribaltare il meccanismo delle interviste. Non saremo noi a chiedere, saranno loro a raccontarci un aspetto del mondo in cui vivono. Un tema libero, potremmo dire. Sono i protagonisti stessi della nostra passione a condividere con noi “Le Loro storie”. Senza filtri, senza meta.

Il Crotone come rampa di lancio, i canarini modenesi per la consacrazione, il Toro per la grande chance. Prima e dopo, l’anello della carriera pedatoria di Andrea Fabbrini si congiunge a Vercelli, da cui viene scoperto e con cui, di fatto, termina tra i professionisti. Poi la fatidica domanda “cosa faccio da grande?”. La risposta gliela dà Massimo Bava che lo mette a capo degli osservatori per le giovanili del Torino dal 2013 al 2017. Anni in cui il settore rifiorisce, fino al trionfo dello scudetto Primavera. Oggi “il Fabbro” è Responsabile del Settore Giovanile della Pro (ancora lei…) e ci racconta il mestiere più difficile del mondo del pallone: adocchiare chi è bravo sul serio.

A me scoprirono quando avevo già 22 anni. Giocavo in Serie D con il Pinerolo e venni prelevato dalla Pro Vercelli in C2. Fu l’inizio della mia carriera che mi ha portato un po’ ovunque per l’Italia, in tutte le categorie. Io non sono mai stato uno di quelli che fa piani per il futuro: quando giocavo in Interregionale non pensavo ad andare in B o in A. Ho sempre vissuto alla giornata. Per cui quando ho chiuso col calcio giocato mi sono preso un anno per capire in che direzione andare. Mi sarebbe piaciuto rimanere in questo mondo, ma non avevo ben chiaro se come allenatore, dirigente o altro. Conoscevo Massimo Bava perché era stato il Ds quando ero alla Canavese. Andai da lui e gli chiesi se gli serviva qualcuno. Fortuna volle che Alberto Sala, capo scout per le giovanili granata, avesse appena salutato, direzione Alessandria, e Bava mi chiese se poteva interessarmi quel ruolo. Dissi «ok, proviamo» perché per me, fondamentalmente, era importante iniziare a fare qualcosa di nuovo. Cominciai con cautela, passo dopo passo, ma mi sono appassionato sul serio, perché lavorare coi giovani ti regala stimoli continui.

MODENA – DECEMBER 22: Andrea Fabbrini of Modena in action during the Serie A match between Modena and Udinese, played at the Braglia Stadium, Modena, Italy on December 22, 2002. (Photo by Grazia Neri/Getty Images)

L’occhio per capire se un ragazzo è bravo oppure no non te lo presta nessuno, ce l’hai o non ce l’hai. Sicuramente aver giocato ad alti livelli aiuta a cogliere tante sfumature, poi il resto lo alleni grazie all’esperienza e ai consigli di chi fa questo mestiere da più tempo. In quanto coordinatore io passavo la mattinata a programmare gli spostamenti di tutti i collaboratori, nel pomeriggio andavo a seguire le nostre squadre impegnate nelle partite o le sessioni di provini. Il Torino ne fa dai 200 ai 400 l’anno, varia molto a seconda delle annate dei giocatori, degli infortuni di quelli già tesserati e dalle necessità delle varie categorie. Influisce una miriade di fattori. Non c’è una percentuale fissa di ragazzi che superano i provini e vengono presi, non c’è una ricetta unica.
I viaggi da fare sono tanti perché arrivano segnalazioni in continuo. Sta a te scout crearti una buona rete di contatti in giro per i campetti e le società satellite. Se una segnalazione arriva da un allenatore di cui ti fidi, allora vai più a fondo e metti sotto osservazione il prospetto. Lo segui in partite, tornei. I migliori li andavo a vedere almeno 3-4 volte perché magari la prima partita a cui assisti gioca alla grande, la seconda è in giornata no, per cui una terza chance serve per giudicare.

I video su Youtube non bastano, almeno non a me. Le sensazioni che hai dal vivo non sono replicabili a distanza. Un modo per capire meglio se un giovane aveva la stoffa per giocare nel Torino era aggregarlo alle nostre squadre (Fabbrini cercava nuovi talenti a partire dai Giovanissimi Fascia B fino alla Primavera, ndr): se si adeguava al livello in fretta e non faticava troppo, allora c’erano buone speranze. Poi ci sono i colpi di fulmine, quelle volte in cui ti basta uno sguardo. L’ultimo con cui mi è successo è Costanzo (Pasquale, centrocampista classe 2002, arrivato nell’estate 2017 per rinforzare la Under 16 di mister Fioratti, ndr). L’ho visto giocare a Grugliasco, mezz’ora dopo lo volevo tesserare.

Convincere un ragazzino a venire in una società blasonata come il Toro non è così complicato, ma bisogna considerare anche la società di appartenenza e, soprattutto, la famiglia. La famiglia era la prima cosa di cui mi interessavo quando iniziavo a seguire uno nuovo. Devi essere capace di creare empatia, in maniera onesta. Non credo fosse mio compito convincere qualcuno. In quanto osservatore io presentavo molto chiaramente il progetto e le condizioni in cui sarebbe potuto essere trasferito il ragazzo. Invitavo genitori e figlio a visitare le nostre strutture, gli alloggi delle diverse categorie, spiegavo loro come sono seguiti i calciatori in campo e a scuola. L’ultima parola poi è giusto che spetti a loro.
In questo rapporto, negli ultimi anni, si è inserita la figura del procuratore, anche a queste età. Non so se sia giusto, né se sia meglio o peggio di prima, sicuramente è diverso. Molto dipende anche da chi ti trovi di fronte come procuratore…

Fabbrini, a destra nella foto, insieme a Moreno Longo

Il Toro ha sempre avuto dei grandi scout, fin dai tempi di Ellena e Vatta che con un’occhiata capivano se avresti fatto carriera o no. Oggi le strade sono due: Atalanta o Udinese. I primi investono tanto sul proprio settore giovanile, creando appartenenza e talenti a costo zero; i friulani invece hanno una rete di osservatori molto estesa e a ogni sessione di mercato vanno a pescare nomi sconosciuti in giro per il mondo in cerca del crack vincente. Sono entrambi modelli validi. Nelle mie quattro stagioni da osservatore granata (2013-2017, ndr) ho visto un progetto ben delineato e una crescita di professionalità e risultati, culminata con quel grande regalo per tutti noi che è stato lo scudetto Primavera. I meriti, così come le responsabilità, non vanno al singolo, ma al gruppo perché prima di prendere una decisione e proporre un acquisto alla società, quel prospetto viene visionato da più persone e ci si confronta sulle rispettive impressioni. Tocca poi alla società avere fiducia nel suo team di “occhi” in giro per l’Italia e valutare l’operato nel lungo periodo.

Il lavoro di scouting mi è capitato quasi per caso, ma è stata una bella esperienza. Ho imparato tanto e quegli insegnamenti cerco di portarli anche nel quotidiano da Responsabile delle Giovanili della Pro Vercelli. Questa è una società seria in cui si riesce a lavorare bene e con un orizzonte temporale ampio. Credo proprio di aver trovato la mia strada.

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