Le Loro storie, Cesare Bovo: “Mi dicevano sempre rotto, io mi sentivo in colpa”

Le Loro storie, Cesare Bovo: “Mi dicevano sempre rotto, io mi sentivo in colpa”

Esclusiva / L’ex difensore granata a cuore aperto sulle difficoltà di chi si ritrova bollato come uno fragile fisicamente

di Marco Parella

Un nuovo modo di raccontare il calcio: quello dei protagonisti. Calciatori, allenatori, dirigenti. Sempre sotto la luce dei riflettori, ma mai veramente compresi o comprensibili. Noi li vogliamo avvicinare ai tifosi e ribaltare il meccanismo delle interviste. Non saremo noi a chiedere, saranno loro a raccontarci un aspetto del mondo in cui vivono. Un tema libero, potremmo dire. Sono i protagonisti stessi della nostra passione a condividere con noi “Le Loro storie”. Senza filtri, senza meta.

“Quello è sempre rotto”. Quante volte abbiamo sentito o pronunciato una frase del genere nei confronti di un giocatore? Spesso però ci dimentichiamo che non è una colpa infortunarsi e che dietro quel giudizio frettoloso c’è un ragazzo che vede le sue speranze infrangersi. Il punto di vista, diretto e sincero, di Cesare Bovo (doppio ex di Torino e Roma e oggi in forza al Pescara), uno che per anni si è portato dietro la fama del “sempre rotto”, forse può essere utile per capire come un calciatore vive le lunghe settimane fuori dal campo.

Da un anno e mezzo mi allenavo con la prima squadra della Roma, quella di Capello, quella che ha vinto lo scudetto nel 2001. A marzo della seconda stagione mi sono rotto il crociato. Avevo 18 anni ed ero disperato.

Per me era un periodo importante e mi è caduto il mondo addosso, ma io gli infortuni non li ho mai subiti, li ho sempre aggrediti e dopo 3 mesi e mezzo mi allenavo già di nuovo col gruppo. Fin dal primo momento il mio unico pensiero è stato “quando rientro?”.

I luoghi comuni viaggiano più veloci della luce e purtroppo si fa in fretta a farsi la fama di uno sempre rotto, anche quando i fatti dicono altro. Io sicuramente in carriera ho dovuto sottopormi a diversi interventi chirurgici, anche troppi, ma non uso questo alibi per dire che questo ha compromesso la mia carriera. Anzi, sono abbastanza soddisfatto del mio percorso. Non è ancora finito, ho ancora voglia di giocare qui a Pescara, ma nonostante io sia un po’ pessimista di natura (e col senno di poi qualche situazione avrei potuto gestirla diversamente), sono soddisfatto. Capisci solo dopo anni che quell’infortunio avrebbe forse potuto cambiare la tua storia o il tipo di carriera che hai fatto. Ma, ripeto, non trovo scuse.

 

Nel 2007 sono arrivato al Torino in un periodo in cui la squadra lottava per non retrocedere. Io ero reduce da un’operazione al quinto metatarso del piede e ho avuto delle ricadute perché l’intervento era stato eseguito male. La mia seconda esperienza invece è stata molto bella, soprattutto la prima stagione in cui abbiamo raggiunto la qualificazione in Europa League. Mi sentivo importante, parte del progetto. L’ultimo periodo al Toro purtroppo mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca, perché sono stati sei mesi incomprensibili per me, senza giocare. Certe cose però non si capiranno mai per cui mi porto dietro i tantissimi ricordi positivi, una città fantastica di cui mia moglie e le mie figlie sono innamorate e un grande affetto da parte dei tifosi. Non penso che l’addio sia stato influenzato da una mia presunta inaffidabilità causa infortuni, perché dal ritiro estivo fino a gennaio, quando sono andato via, non ho saltato un solo allenamento.

TURIN, ITALY – OCTOBER 31: Cesare Bovo of Torino FC celebrates a goal during the Serie A match between Juventus FC and Torino FC at Juventus Arena on October 31, 2015 in Turin, Italy. (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Ogni volta che ti fai male, lieve o più grave che sia l’entità, c’è solamente la voglia di rientrare. Star fuori per un atleta è la peggior cosa che possa succedere: all’inizio provi una gran rabbia, poi subentra la voglia di recuperare. Testa bassa e lavorare, ma non bisogna commettere l’errore di affrettare i tempi e forzare la mano, perché poi la paghi, sempre. Questo errore l’ho fatto anch’io, come tutti.

Allenarsi a parte, in palestra o in piscina non è semplice. Ti senti lontano dallo spogliatoio e io, che spesso sono stato dipinto come uno serio, un “musone”, sono invece uno che vive per i compagni, amo la compagnia, sono uno con la battuta pronta. Esattamente il contrario! (ride, ndr). Ti senti inutile, ti senti in difetto con l’ambiente e con la società che ha investito su di te. Io ho sempre reagito positivamente, ma se sei una persona leale e appassionata, questo è un pensiero che ti passa per la testa. Ti senti in difetto per una colpa che non hai, perché non è che l’infortunio tu te lo sia andato a cercare, sono cose che capitano.

Un brutto infortunio a 18 anni è difficile da sopportare, ma a quell’età vivi alla giornata e sai che la stagione è lunga e che il tempo è dalla tua parte. A 30 è sicuramente peggio, senti la responsabilità e sei in un momento della carriera in cui pensi più al gruppo che a te stesso, per cui ti dispiace ancora di più non poter dare il tuo contributo. E il contributo non lo danno solo gli undici che scendono in campo la domenica, ma tutti i venticinque della rosa sono importanti, con un gol in partita tanto quanto grazie a un allenamento svolto al massimo.

La fama di perenne infortunato. È spiacevole leggere cose non vere sul proprio conto, soprattutto riguardo alle condizioni fisiche. Non ho mai avuto un gran rapporto con la stampa e coi giornalisti, ho smesso di leggere le pagelle a vent’anni…
Scrivere è una responsabilità perché poi quelle parole le leggono tutti e dipingono una persona in un modo o in un altro e quell’immagine ti rimane appiccicata addosso e può cambiare i giudizi di tifosi, dirigenti e addetti ai lavori. Dimostrare il contrario diventa difficile per un professionsita. Personalmente non amo apparire, non ho un profilo Facebook né uno su Twitter, Instagram lo uso insieme a mia moglie, ma non posto foto prima della partita, dopo la partita… Sono un ragazzo all’antica, ma mi accorgo che oggi conta quasi più cosa fai sui social di quanto dimostri in campo. Alcuni si fanno voler bene grazie al fatto che sui social sono simpatici, sfacciati. Dal mio punto di vista era meglio prima, quando contavano solo le prestazioni.

Leggere cose non vere o false sui giornali è un aspetto non sempre gradevole del nostro lavoro, certe volte ti fa male, altre te ne freghi, altre ancora usi queste situazioni come motivazione per tornare in campo più in fretta. Tante di quelle volte ho pensato “Mo’ a quello str… gli faccio cambiare idea”. Fa parte di me, se sei uno che tiene al suo lavoro e vive tutto con voglia e intensità, lo pensi eccome!

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