Ventura si racconta: “Io ho cambiato il Toro. E il Toro ha cambiato me”

Esclusiva / L'ex C.T. vuota il sacco sui cinque anni in granata: "Cittadella, asticella e cellula granata, vi spiego i miei tormentoni"

Amato, odiato, discusso. Prima, durante e, come tutti sappiamo, anche dopo il Toro. Gian Piero Ventura, nel bene e nel male, ha segnato un lustro importante nella storia granata. Recentemente è tornato a parlare di sé e ha raccontato la sua verità sulla débacle epocale degli Azzurri. Ora gli chiediamo quella sul “suo” Torino.

Buongiorno mister. Al di là di com’è andata a finire con la Nazionale, ci fa piacere ritrovarla dopo mesi di silenzio.
Grazie, ma non voglio neanche sfiorare l’argomento Nazionale perché c’è troppa scorrettezza in giro.

Rispettiamo la sua richiesta, d’altronde ha già detto tutto quello che si teneva dentro sull’argomento lunedì sera nel programma di Fabio Fazio.
Il 25% forse…

MILAN, ITALY – NOVEMBER 13: Head coach Italy Gian Piero Ventura looks on prior to the FIFA 2018 World Cup Qualifier Play-Off: Second Leg between Italy and Sweden at San Siro Stadium on November 13, 2017 in Milan, Sweden. (Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Cerchiamo allora di dire almeno il 90% sulla sua esperienza in granata. Partiamo dalla fine: quando è arrivata la chiamata della Nazionale, in realtà lei aveva ancora due anni di contratto con il Torino. Se ne sarebbe andato comunque?
Avevo tante altre offerte in quel preciso momento, se devo essere sincero…

Chiarissimo. Che bilancio fa dei suoi cinque anni al Toro?
Tra il positivo e lo straordinario, dipende con quale ottica. Umanamente è stato straordinario, perché ho scoperto il granatismo, che è una cosa molto più importante della parola in sé. Ho scoperto un mondo che conoscevo di riflesso, ma non dal di dentro. Straordinario per l’affetto smisurato che ho ricevuto da un buon 90% dei tifosi. Al 10%, come normale che possa essere, non piacevo. Però incontro ancora adesso granata ovunque e tutti sono gentilissimi nei miei confronti con parole che talvolta mi mettono in imbarazzo.

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Dal punto di vista sportivo invece?
Beh, andare dalla serie B all’Europa in tre anni è un risultato importante, ancor di più perché si partiva da una Serie B stagnante, in cui il Toro non era riuscito nemmeno ad andare ai playoff, cosa grave per una società del genere. E mi ha fatto molto piacere leggere in questi giorni che il bilancio di quest’anno è il migliore della storia granata, perché credo si possa dire che ho contribuito anche io.

Parla delle sempre molto discusse “valenze”?
Se tu alleni la Juventus hai l’obbligo di vincere, se alleni l’Inter hai l’obbligo di vincere o andare in Champions. Se alleni il Torino hai l’obbligo di alzare ogni volta l’asticella il più possibile, ma nel frattempo produrre anche risultati economici, altrimenti diventa difficile mantenersi a certi livelli. Sotto questo aspetto abbiamo segnato un momento storico del Torino, perché quando sono arrivato non era così e quando sono andato via era assodato che lo fosse. Sono stati cinque anni che hanno segnato uno spartiacque tra il Toro prima e dopo di me.

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In poche frasi ha già citato un paio dei suoi classici tormentoni. Sembra che il tempo non sia passato e lei sieda ancora sulla panchina del Toro. Mi riferisco al granatismo o “cellula granata” e all’asticella da alzare.
Entrambi sono stati miei obiettivi raggiunti, ma potevano esserlo ancora meglio. Quando nella prima conferenza stampa parlai di cellula granata da ricostruire fu perché in quel momento aleggiava una grande tristezza nell’ambiente e bisognava riaccendere la fiammella. Il granatismo però è una cosa completamente diversa che capisci solo da dentro il Torino. Per me quelli che arrivano da fuori e immediatamente dicono che sentono il granatismo mentono. Il granatismo ti entra dentro giorno per giorno, mese dopo mese, anno dopo anno.

Quando ha capito cos’è il granatismo?
Ho avuto la prima avvisaglia il giorno della Promozione in A. Vedere piazza San Carlo e il centro pieni di gente e di bandiere fu molto bello. Però non avevo ancora colto in pieno il concetto, mi sembrava “solo” una grande festa, mentre invece capii dopo che quella era una grande rivalsa, stava uscendo di nuovo la gioia di sentirsi granata. Il granatismo è arrivato poi pian piano, parlando con tanti vecchi tifosi, andando a Superga non per farmi le foto da pubblicare, ma andandoci per respirare quell’aria unica. E ne vedo traccia ancora. Qualche giorno fa a Verona ho incontrato due tifosi del Torino che vivono in Uruguay e mi hanno commosso le loro parole. Poi ho capito perché: perché il Toro è più di una fede, è qualcosa che hai dentro. Due che vivono in Uruguay e ti parlano di Toro come se avessero abitato di fianco alla Sisport fino a ieri. Pazzesco.

AMSTERDAM, NETHERLANDS – MARCH 27: Italy head coach Gian Piero Ventura pose for a photo with a fans at Amsterdam Arena on March 27, 2017 in Amsterdam, Netherlands. (Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Abbiamo divagato un pochettino sulla filosofia. Tornerei al secondo tormentone, l’asticella da alzare.
Diciamo che sono contento quando mi riconoscono di aver partecipato a una rinascita e di aver scritto qualche pagina della grande storia granata. Mi gratifica molto essere l’allenatore più longevo della storia del Torino. È un record che non so se verrà battuto, anche se me lo auguro perché vorrebbe dire che c’è qualcuno che sta lavorando bene. E all’interno di questo risultato c’è tutto il resto che è stato fatto: una nuova cultura del lavoro, gli interessi della società messi davanti a quelli del singolo calciatore, il concetto del “noi” e dell’”io”. Credo proprio che il seme lo abbiamo buttato. Oggi quando c’è la Serie A il primo risultato che chiedo è quello del Toro, prima non era così. Dopo cinque anni, il granata ti rimane dentro e non credo potrà andarsene via.

Sembra si possa dire che il “granatismo” abbia contagiato anche lei…
Certo che sì, in assoluto. Ovunque io vada in giro per l’Italia incontro gente del Toro che vive di Toro, si sente parte integrante di una grande famiglia e sono soprattutto loro che mi hanno gratificato. Perché, si sa, allo stadio se vinci sei bravo, se perdi non lo sei, sono le regole del gioco. Però al di là della partita ha più significato.

Ho l’impressione che in certi frangenti il rapporto con la tifoseria granata l’abbia un po’ fatta soffrire. Mi riferisco a certe sue dichiarazioni su un ambiente colpevole di mettere troppa pressione, l’episodio del derby… Sbaglio?
Questo fa parte della mia storia, tutto viene sempre frainteso. Ad esempio, qualcuno ha cavalcato una frase volutamente ribaltata in senso negativo. Io mi ricordo bene quando dissi che “non si era fatto niente fino a ieri”. Era evidente che mi riferivo al momento in cui ero arrivato, non certamente alla storia del Torino, altrimenti sarei stato da ricovero.

FLORENCE, ITALY – JANUARY 17: Gianpiero Ventura manager of Italy during the Italian Football Federation Hall of Fame ceremony at Palazzo Vecchio on January 17, 2017 in Florence, Italy. (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Ecco il terzo tormentone, la tanto vituperata Cittadella…
Sì, perché quando arrivai al Torino la prima partita fu contro il Cittadella (prima in casa, ndr) e da lì si ripartiva. Questo non significa cancellare quello che c’era stato prima. Io facevo riferimento alle delusioni degli ultimi anni, perché al primo allenamento la Digos aveva dovuto scortare i dirigenti, c’era una contestazione feroce al presidente, la gente urlava di tutto ai giocatori, anche quelli appena arrivati al Torino come Verdi o altri. Io parlavo di questo clima, non certamente di Loik, Mazzola o altri.

Lei quando è arrivato al Toro cosa si aspettava? Pensava sarebbe stata una parentesi o la squadra della vita?
No, la mia preoccupazione era fare bene in una società che, pur avendo vinto l’ultimo scudetto nel ’76, si era sempre attestata su certe posizioni. Io sono arrivato nel punto più basso, il mio problema era che per risvegliare la cellula granata dovevi ricostruire. Per ricostruire dovevi programmare. Tutte parole che al Toro allora non erano proprio di casa.

Quindi lei partì con un orizzonte molto basso, con l’idea di risolvere un problema alla volta?
Per risolvere i problemi abbiamo dovuto affrontare le questioni di petto, sedendoci a un tavolo con il presidente e con Petrachi. Non era più una questione di chi c’è, ma di come ci si sta dentro; non era più la ricerca dei nomi che non pagano, ma la ricerca della qualità dei giovani che invece rendono sia sul campo che a livello economico. L’abbiamo fatto in silenzio. Ricordo le critiche a Glik o Darmian quando giocavano. Mi sarebbe bastato sostituirli per prendere qualche applauso in più, invece mi sono beccato qualche insulto in più, ma quelle scelte hanno portato risultati e valenze.

TURIN, ITALY – APRIL 24: Torino FC president Urbano Cairo (L) wearing a jersey with the new name of the stadium in honor of the Grande Torino with head coach Giampiero Ventura prior to the Serie A match between Torino FC and US Sassuolo Calcio at Stadio Grande Torino on April 24, 2016 in Turin, Italy. (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Pare di capire che lei fosse più di un allenatore, quasi un manager per il Torino.
Mah, diciamo che ho partecipato. Sono terrorizzato dal fare affermazioni che possano essere fraintese (ride, ndr). Oggi Cairo, con cui conservo un bellissimo rapporto, non ha più bisogno di nessuno consiglio. È diventato un grande presidente, quando sono arrivato lui era ancora nella fase in cui voleva diventare un grande presidente.

C’è qualcosa su cui lei e Cairo non siete mai andati d’accordo?
Sinceramente, nella quasi totalità delle decisioni ci siamo sempre venuti incontro. È chiaro che un presidente non fa mai nulla a caso, vuole sempre sapere i dettagli, il perché un allenatore prende una decisione, che intenzioni ha, ecc. Una volta che la spiegazione era chiara, ho sempre avuto l’avallo del presidente. Anche con Petrachi parlavamo più o meno la stessa lingua.

I risultati del suo Toro sono stati in crescita fino all’ultima stagione. Cos’è successo? Mancanza di motivazioni da parte sua o mercato insufficiente?
Storia lunga quella dell’ultimo anno. Secondo me avevamo seminato bene perché c’era una rosa molto giovane con uno zoccolo duro sotto i 25 anni. Eravamo in attesa di poter acquistare, grazie al ricavato di qualche valenza, quei due, tre giocatori che ti fanno la differenza. In realtà ci furono diverse problematiche, ma non voglio parlarne. Come si usa dire, stava finendo un ciclo, era giusto finisse.

TURIN, ITALY – MAY 20: Torino FC head coach, Giampiero Ventura celebrates after promotion to Serie A after the Serie B match between Torino FC and Modena FC at Olimpico Stadium on May 20, 2012 in Turin, Italy. (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Capitolo derby. Una vittoria attesa tantissimo tempo e molte prestazioni incolori in cui, dicono i suoi detrattori, il Torino non ha mai tirato in porta. Condivide quest’analisi?
In un paio di derby è vero, ma ne ricordo un altro perso al 94esimo, un rigore su El Kaddouri non dato in una partita in cui, la dico grossa, eravamo padroni del campo. Mi ricordo una sconfitta per colpa di un gol di Vidal con poco prima un fallo nella loro area non segnalato, il gol di Tevez in fuorigioco o il gol di Maxi Lopez annullato. Io ho sofferto tantissimo per le partite che ci hanno rubato. Mi correggo, la Juventus non ha rubato, perché non è colpa sua se le danno dei gol in fuorigioco, assegnano dei rigori che non c’erano e non ne fischiano almeno un paio a noi. Lì abbiamo sofferto e avremmo meritato un risultato diverso, ma noi abbiamo il vizio di ricordare sempre il lato negativo.

I derby furono fonte di polemica anche per atteggiamenti oltre il 90esimo. Penso a sorrisi e scambi di maglia dopo una pesante batosta. Lei come la prese?
Non ho trovato corretta la polemica di quel derby in cui qualche giocatore era stato attaccato per aver scambiato la maglia con gli avversari. Oggi il calcio è cambiato, è più mediatico, è dei social e se nei 90 minuti ci deve essere il furore e l’odio calcistico, alla termine della partita diventa difficile giudicare. I tifosi interruppero i rapporti con Ogbonna e altri, invece erano ragazzi che al Toro ci tenevano tanto. Io, in verità, non vidi quella scena per cui non posso neanche esprimermi sulla vicenda specifica. Però il calcio non è più quello di una volta. Una scena come quella di Mazzone che corre sotto la curva avversaria non la vedremo più oggi.

BARI, ITALY – AUGUST 29: Giampiero Ventura head coach of Bari and Leonardo Bonucci of Juventus after the Serie A match between Bari and Juventus at Stadio San Nicola on August 29, 2010 in Bari, Italy. (Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)

Le faccio qualche nome. Quanto hanno pesato i valori umani di gente come Moretti e Vives per il suo Toro?
Non solo loro, anche Gazzi, Glik, Darmian e tanti altri che hanno dato, dal punto di vista umano, molto di più di quanto fosse loro richiesto. Hanno indossato quella maglia con l’umiltà e il rispetto che una maglia del genere merita.

Come si sente a essere, dati alla mano, l’unico allenatore capace di far rendere Cerci?
Molti hanno reso con noi e quando poi sono andati altrove hanno avuto difficoltà. Cerci è un caso più eclatante forse, diciamo che sapevo come prenderlo.

TURIN, ITALY – DECEMBER 08: Torino FC head coach Giampiero Ventura (L) issues instructions to Alessio Cerci of Torino FC prior to the Serie A match between Torino FC and SS Lazio at Stadio Olimpico di Torino on December 8, 2013 in Turin, Italy. (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Quali sono stati i problemi con Rolando Bianchi?
Bianchi è andato via perché il suo contratto era scaduto e a quel punto è una scelta di società, io non c’entravo nulla.

Però è ancora sotto gli occhi di tutti quell’ultima partita in cui lei lo tenne inizialmente in panchina, poi lo fece entrare e Bianchi segnò, zittendola. I rapporti non erano proprio idilliaci.
Bianchi è stato un giocatore importantissimo per il Toro, c’è stato un momento in cui si viveva solo di Bianchi. Come tutte le cose, però, a volte finiscono. Forse Bianchi avrebbe potuto restare ancora al Toro, non so. Ma un allenatore è un allenatore, poi alle spalle ha una società che riflette e decide in base a obiettivi e costi. La gestione di Bianchi rientra in un discorso societario, non personale, di programmazione e prospettiva.

NAPLES, ITALY – NOVEMBER 04: Torino FC manager Giampiero Ventura (L) speaks to his player Rolando Bianchi (R) before the Serie A match between SSC Napoli and Torino FC at Stadio San Paolo on November 4, 2012 in Naples, Italy. (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Caso opposto è quello di Barreto. Davvero sperava che potesse rendere come ai tempi di Bari oppure lo chiamò al Toro per un fattore umano?
No, no, quale scelta umana. Anzi, è stato un po’ una delusione sotto quell’aspetto. Barreto fu preso perché sotto la mia guida a Bari aveva fatto un campionato straordinariamente, era imprendibile per i difensori di mezza Serie A. Pensavo portasse la stessa voglia ed entusiasmo al Toro. In realtà lui soffrì, dopo il Toro andò anche un po’ in crisi personale e smise di giocare. Sul campo non ha dato quello che speravamo. Comunque l’elenco di quelli che abbiamo preso e hanno fatto bene è lungo, inutile soffermarci sull’unico che abbiamo preso e non ha reso.

Siamo partiti da un bilancio, chiudiamo il cerchio. Il suo momento migliore dell’esperienza sulla panchina granata e il rimpianto più grosso.
Ho solo ricordi piacevoli. Il più intimo risale a una partita contro l’Empoli in Serie B. Avevamo fatto dieci risultati utili consecutivi con otto vittorie, poi una sconfitta a Gubbio nella giornata precedente. Con l’Empoli in casa vincemmo e alla fine della partita mi sono trovato a pensare “con questa squadra scriveremo un po’ di storia del Torino”. Ed è successo. Ricordi negativi non ne ho di particolari, preferisco tenermi i momenti belli.

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