Il calcio e lo schiavismo

Il calcio e lo schiavismo

Loquor / Torna la rubrica di Anthony Weatherill: “Qualcuno ha portato via al calcio la sua anima, e lo ha deciso in nome del prossimo derby della Mole trasmesso da Dazn, l’ennesima piattaforma a pagamento.”

di Anthony Weatherill

“Colto è l’uomo che non converte
                                                                   la cultura in professione”

Nicolas Gomez Davila

Nella tarda mattinata del 25 maggio del 1967 due giovani dall’aspetto anglosassone erano stati visti, smarriti e sconsolati, appoggiati su una Dyane6 parcheggiata sul lato di una strada anonima del Portogallo: si erano persi. Mancavano poche ore ad uno degli eventi più importanti di tutta la storia del calcio britannico, la finale della Coppa della Coppa dei Campioni tra Inter e Celtic, e due giocatori della squadra di Glasgow non stavano riuscendo a trovare la strada per andare a Lisbona, sede della finale. Questa è una delle tante leggende, vere o presunte, che circolano da anni attorno all’evento andato in scena sul prato dell’Estadio Nacional di Oreias, e che vide la vittoria di undici ragazzi tutti nati e cresciuti entro le trenta miglia dal Celtic Park(il luogo più cattolico di tutta la Scozia), la “casa” della squadra bianco verde. Potrebbe non stupire, quindi,  il motivo per cui i due giocatori si erano avventurati per le strade portoghesi alla vigilia di una partita così importante:  tornavano da un pellegrinaggio a Fatima, compiuto anche perché promesso ai loro genitori. Non si conosce quale fu la reazione del mitico Jock Stein, l’allenatore di quella squadra, nell’apprendere che si era rischiato di non avere due giocatori a disposizione per la finale, ma probabilmente dovette essere di comprensione. In fondo tutti componenti di quella squadra erano stati scelti, adolescenti, tra i vari campi e campetti degli oratori cattolici della più grande città di Scozia. E quando si è alle soglie di uno dei più importanti avvenimenti di una storia sportiva, non è mai consigliabile mettersi a rimproverare l’omaggio voluto rendere alla propria identità. Come detto, i “Lisbon Lions”(Leoni di Lisbona) piegarono la Grande Inter di Armando Picchi e Mario Corso e portarono la Coppa dei Campioni, per la prima volta nella storia, in terra britannica. Jock Stein ebbe a dire:”abbiamo vinto meritatamente, ce l’abbiamo fatta giocando a calcio. Puro, bello, fantasioso calcio”. Ormai il termine “purezza” sembra essere scomparso da ogni orizzonte lessicale, impropriamente utilizzato dall’inizio del novecento da teorie politiche e movimentiste di stampo razzista. Il timore della purezza è la mescolanza fra elementi estranei, in un processo di fusione che fa perdere il ricordo e il sapore originari degli elementi piegatesi alle esigenze delle mescolanze. Un tempo, forse ormai irrimediabilmente perduto, i roster delle squadre, specie nella composizione della formazione cosiddetta “titolare”, erano pressoché identici per almeno un lustro, e diversi di questi giocatori provenivano dal vivaio del club. I tifosi avevano il tempo di apprezzarne le doti umane e di crearne attorno racconti e leggende, facendo emergere un’empatia duratura nel tempo, presente addirittura nei racconti  dai tifosi  tramandati da generazione in generazione. Il giocatore prendeva atto dell’identità del club, dal valore della maglia indossata, e diventava, senza nemmeno rendersene conto appieno, un portatore sano dei valori del club a cui aveva affidato la sua arte pedatoria. Un luogo del mondo che sarebbe stato praticamente tutto l’arco temporale della sua attività agonistica. Esisteva certo il “mercato calciatori”, è sempre esistito, ma tutto avveniva con volumi e numeri infinitamente più ridotti rispetto a ciò a cui stiamo assistendo nella nostra contemporaneità. I giocatori erano di proprietà delle squadre, e in quanto di loro proprietà, gli organi gestionali dei club sapevano di averne la responsabilità di fronte agl’unici e veri, non mi stancherò mai di ripeterlo, padroni del calcio: i tifosi. La dirigenza di un club sapeva di non poter fare di tutto, e che la cessione di un giocatore importante era una chiara assunzione di responsabilità verso i tifosi. Per farla breve: in quel sistema era estremamente evidente “chi era che faceva cosa”. Anche se nessuno, specie la politica, ha mai avvertito il pericolo che si annidò  dal giorno in cui qualcuno ebbe a decidere che i giocatori si potevano comprare o vendere: fu l’inizio di un albero che ha continuato a crescere perennemente storto. Pur nell’inquietante presenza di un albero nato storto tutto fu, nel bene e nel male, estremamente chiaro fino al 1995, quando la Corte di Giustizia Europea decise di accogliere positivamente il ricorso del calciatore belga Jean Marc Bosman, che a scadenza di contratto chiedeva la possibilità di accasarsi al Dunkerque, senza che questa fosse costretta a riconoscere un corrispettivo in denaro al RFC Liegi, società dove aveva giocato sino a quel momento. In sostanza la Corte di Giustizia Europea aboliva il diritto di proprietà dei club sui giocatori, in quanto non potevano considerarsi merci ma forza lavoro professionale. E la forza lavoro ha un solo obbligo: rispettare un contratto, purché firmato liberamente. Per il calcio europeo fu la svolta copernicana, che diede la stura ad una normativa valida e vincolante per tutti i cittadini e club dell’Unione Europea. Entusiastici furono i commenti, inneggianti  alla fine del regime a connotazione schiavistica a cui i calciatori erano stati costretti a sottostare fino a quel momento. Ovviamente non mancarono i campioni intellettuali del politicamente corretto, spesso completamente a digiuno di calcio, felici di come la giustizia avesse finalmente rimesso al suo posto il “dio calcio”. Quasi tutti applaudirono alla “liberazione” dei calciatori, come se fossero appena stati aperti i cancelli degli immensi campi di cotone della Carolina del Sud. Qualcuno, molti di più di qualcuno, deve aver  sul serio pensato che l’epoca del mercato era definitivamente tramontata, e probabilmente lo deve aver pensato fino al giorno della comparsa dei contratti quinquennali e dei primi procuratori d’assalto. Quel giorno ci si è drammaticamente resi conto del passaggio dall’era dei giocatori di proprietà dei club, con responsabilità ed interessi chiari ed evidenti, a quella dei giocatori di proprietà di contratti di fatto in mano all’organizzazione dei procuratori. Il risultato fu quello di un mercato dei giocatori che non solo non era scomparso, ma aveva ripreso vigore in volume e in valore ben più di quanto fosse stato fino al momento dei giocatori di proprietà dei club. Nell’interesse dei procuratori, abili sbandieratori del primario interesse dei loro assistiti, i giocatori cominciano a cambiare club con la stessa frequenza con cui si cambiano gli autobus di una compagnia di una grande città. Tutto avviene velocemente e con intricate, e spesso nebulose, regole contrattuali da aver reso i giocatori sicuramente più ricchi, ma anche più legati alle decisioni altrui. Non dobbiamo prendere l’esempio dei Cristiano Ronaldo, questo tipo di giocatori hanno sempre avuto più privilegi e margini di libertà degli altri, ma tutti i giocatori non fuoriclasse(la stragrande maggioranza) diventati di proprietà proprio di quelle regole di mercato, specie quelle non scritte, fatte per non rispondere alle responsabilità di qualcuno. I giocatori guadagnano di più, ma sempre schiavi sono rimasti. A meno che qualcuno non voglia dire che la schiavitù scatta solo quando si guadagna poco, e viene a scomparire quando il conto in banca si gonfia. Sarebbe una posizione davvero insostenibile. La realtà della legge Bosman ha sancito, se davvero si vuole leggere con onestà la realtà fattuale, una situazione di compravendita di giocatori legati con dei contratti che ne connotano lo stato di cespite dei bilanci dei club. L’avvento della televisione a pagamento e dei social media, hanno portato, come nella più semplice eterogenesi dei fini, i calciatori ad essere considerati più merce di quando erano di proprietà dei club. Su You Tube impazzano video proponenti le gesta tecniche di giocatori pronti a vendersi al miglior offerente, e ormai diversi potenti procuratori sono diventati consulenti di mercato di società di varie leghe calcistiche europee. Ovviamente nessuno, tantomeno la Corte Europea di Giustizia, si preoccupa di questo lampante conflitto d’interessi. Ma il silenzio sconcertante è quello delle federazioni, sotto il quale cielo avvengono tali nefandezze. Triste è l’atteggiamento omissivo della politica, che accetta l’elargizione di un passaporto comunitario ad un sudamericano con un legame parentale nel vecchio continente risalente a qualche generazione addietro, e rifiuta il diritto di cittadinanza ad una bambina nata in Italia da genitori extracomunitari. Ai tifosi è stata sottratta l’empatia con i giocatori, ormai costretti dallo showbusiness a baciare il simbolo di ogni maglia con cui firmano un contratto(e poi parlano di schiavitù abolita), e sono stati “venduti” alle tv a pagamento che da tifosi li hanno fatti diventare massa clientelare, riducendoli a figuranti di uno spettacolo. “La società di massa non vuole cultura, ma svago”, scrisse Hanna Arendt, denunciando la verticale verso il basso  ormai presa da ogni nostro orizzonte esistenziale. Qualcuno ha portato via al calcio la sua anima, e lo ha deciso in nome del prossimo derby della Mole trasmesso da Dazn, l’ennesima piattaforma a pagamento. Non ci sarà più nessun Celtic cresciuto tra gli oratori di Glasgow, perché per i procuratori sarebbe quasi un insulto. Ci stanno derubando nottetempo casa per casa: e al diavolo la purezza.

Di Anthony Weatherill
(ha collaborato Carmelo Pennisi)


Anthony Weatherhill, originario di Manchester e nipote dello storico coach Matt Busby, si occupa da tempo di politica sportiva. E’ il vero ideatore della Tessera del Tifoso, poi arrivata in Italia sulla base di tutt’altri presupposti e intendimenti.

21 Commenta qui
  1. bloodyhell - 3 mesi fa

    egregio hic sunt leones 61. continui a negare ciò che con tutta evidenza hai scritto: e cioè che io avrei detto delle imprecisioni. in tutte le tue risposte rilevo, nonostante le mie ripetute richieste di segnalarmele, che non ne hai detta nemmeno una. e questo è davvero il mio ultimo post su questa vicenda, perché davvero non mi va di discutere con chi non si prende la responsabilità di quel che scrive. Sei intelligente e hai capito benissimo perché ti ho detto di essere di madrelingua inglese. La tua intenzione di parlare del mio nick era voluta, ed è stata fatta nel solo intento di screditare da subito il tuo interlocutore. Non ti ho affibbiato proprio nulla, se non ciò che hai scritto. Invece di dire continuamente che non ho capito, forse sei tu a non esserti spiegato, visto che continuo a non intendere per quale ragione ti sei messo a parlare di barconi,immigrati illegali e quant’altro a cui non mi ero minimamente riferito. Ora puoi usare tutta la retorica che vuoi, e puoi fare il finto tonto. ma visto che è a me che stavi rispondendo, è a me che hai detto quelle cose. Basta leggere il tuo primo post in risposta a ciò che avevo scritto, e come dicevano i latini: “scripta manent”. Come ho detto, forse sono stato maldestro, ma non equivoco. Ah, ad essere precisi stavo parlando con un altro, non con altri. Sempre perché siccome scripta manent, non è che ognuno possa cambiare a piacimento ciò che è avvenuto. Non mi aspetto delle scuse per il tuo tentativo di screditarmi attraverso un surreale e fuori luogo parere sul nick, perché ho capito perfettamente che non sei capace di farlo. Posso anche considerare che sia stato tutto un equivoco, e che le tue intenzioni non erano quelle, ma di fatto così mi sono sentito. E se una persona, qualunque persona, ti fa notare che forse hai urtato la sua sensibilità, forse un piccolissimo interrogativo dovresti portelo. E adesso davvero la chiudo qui, augurandoti ogni bene. Buon canada e, soprattutto, buon toro.

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  2. Hic Sunt Leones 61 (A.C. TORINO)® - 3 mesi fa

    @blodyhell,
    tralascio commenti sul tuo nick.
    Io sono cittadino canadese e italiano, hai scritto delle imprecisioni, quando dici che nei paesi anglosassoni in genere (ed in Canada) vi e’ lo jus soli dici il vero ma tralasci una cosa fondamentale, in Canada come in tutti i paesi anglosassoni non puoi entrare coi barconi ed essere accolto e fai un figlio nei campi di accoglienza e diventa canadese automaticamente. Qui non ci arrivi proprio, In Canada ci entri solo col permesso di lavoro o turistico altrimenti ti spediscono gia’all’aeroporto col primo volo. Conosco bene la materia. Con questo non sto parteggiando per nessuno, solamente lo jus soli come lo intendono in Italia NON ESISTE in Canada o altri anglosassoni perche’ semplicemente non ci entri da illegale.

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    1. bloodyhell - 3 mesi fa

      a parte che non ho proprio capito questo tuo tralasciare commenti sul mio nick… forse non sai che esiste una biografia di Ferguson, che ammiro molto, che titola come il mio nick. se fai due più due sono certo, visto che ti ho confessato l’ammirazione per l’ex allenatore del man united, perché ho scelto questo nick. adesso veniamo all’altra tua osservazione intrisa da ingiustificata sicumera. vorrei capire di quale imprecisione parli, visto che non ho assolutamente detto che in canada entrano clandestini con i barconi. o detto solo, mio stimatissimo professore italo/canadese quello che tu asserisci, e cioè che in canada esiste lo ius soli. C’è sempre qualcuno che ha il vizio di farti dire ciò che non hai detto.

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      1. Hic Sunt Leones 61 (A.C. TORINO)® - 3 mesi fa

        Ho fatto fale infatti a dirti della mia avversione al tuo nick, non mi interessa se ha dei motivi o dei padrini illustri, semplicemente personalmente mi pare molto negativo come nome. Veniamo a cio’ che dici. Mi stai dimostrando che non hai capito cio’ che ho detto. Rileggi bene.
        Io dico un’altra cosa: In Canada esiste lo Jus soli ma lo hai perche sei gia’ qui in qualche modo legale. Mentre in Italia se passasse il messaggio lo sarebbe per tutti legali ed illegali. Penso che sia chiaro ora. Vedi che anche tu mi metti in bocca cose che non dico.

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        1. bloodyhell - 3 mesi fa

          io non ti ho messo in bocca proprio niente. tu hai asserito che avrei scritto delle imprecisioni, e ti sei messo a questionare facendo chiaramente intendere che avessi scritto “tana liberi tutti”. Nel risponderti ho scritto che abbiamo detto la stessa cosa: e cioè che in canada esiste lo ius soli. Non ho fatto nessun riferimento all’italia, non ho detto se sono d’accordo o meno con lo ius soli, e francamente questa polemica la trovo ridicola e stucchevole. Il mio tentativo, probabilmente maldestro, era solo quello di aiutare a chiarire il senso di un articolo che mi è piaciuto. Continui in modo veramente equivoco a parlare del mio nick. se non ti interessava farlo, allora non dovevi farlo. ma continuando a parlare facendo intendere che chissà cosa ci si nasconda dietro, lo trovo veramente scorretto. Ho specificato il perché del nick non perché dovesse interessarti o giustificarmi con te, ma perché ho trovato il tuo modo leggermente malizioso, per non dire maligno. Quindi smettila di parlare di padrini o di chissà cos’altro, perché ti assicuro che ad offenderti ci metterei un secondo anch’io. Se il mio nick non ti piace me ne farò una ragione e dormirò tranquillo. Non volevo aggiungere ciò che sto per aggiungere, ma visto che hai tenuto a sottolineare che sei italo/canadese, facendo intendere quanto tu conosca bene la lingua inglese, ti do una notizia: sono di madre lingua inglese. La cosa che mi dispiace e che tu, e qualche altro genio incompreso, state trasformando l’articolo di weatherill in un insensato dibattito sullo ius soli e sull’emigrazione. Era stato per respingere ciò, che avevo scritto il mio primo post. Ma vedo che, mio malgrado, ho peggiorato la situazione e di ciò mi scuso con l’autore dell’articolo.

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          1. Hic Sunt Leones 61 (A.C. TORINO)® - 3 mesi fa

            sono ben lontano da tutte le cose che mi hai affibiato, non sbandiero l’inglese e sono intervenuto come canadese per specificare la situazione qui. Ci sono cosi’ tante cose che ha iscritto che non corrispondono a cio’ che penso o che sono state fraintese che non mi interessa ribattere. Prendo atto che volevi fare una cosa buona e io volevo solo dirti la mia. Riguardo al tuo nome ho detto la mia e sono libero di farlo come tu du ribattere. Non manco di rispetto e non mi sento professore, questa discussione non mi interessa molto perche’ era tra te e altri. Penso che ci sia troppa incomprensione da entrambe le parti.

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  3. bogianen - 3 mesi fa

    Condivido il sentimento e i contenuti, come (quasi) sempre, ma questa volta debbo dire che Mr. Weatherill si contraddice clamorosamente e rischia di rovinare tutto con la sua inutile, non pertinente e schizofrenica ‘marchetta’ allo ius soli. A prescindere da ogni valutazione politica, non ci si può avvolgere nel romantico ricordo di 15 ragazzi nati in un raggio di poche miglia, che condividono le stesse radici, le stesse passioni, lo stesso vissuto, lo stesso dialetto, lo stesso spirito di identificazione in un club storico e terribilmente ‘marchiante’ come identità collettiva, e nello stesso tempo sostenere che qualcuno che nessuno di quei valori può avere o anche imparare deve essere assimilato a quelli. Secondo Weatherill tra i ragazzi di Jock Stein ci sarebbe stato bene Balotelli? Secondo me MA PROPRIO PER NIENTE!
    Allo stesso modo, è certamente più giusto dare il passaporto italiano al pronipote di un italiano costretto a emigrare decine di anni fa piuttosto che al figlio/alla figlia, pur nati in Italia, di un clandestino africano sfruttatore di prostitute o spacciatore di droga.
    Prendiamo per esempio il caso di Burdisso (che non so nemmeno se abbia mai chiesto la cittadinanza italiana…): come il nome denuncia chiaramente, le sue origini sono nella Val del Po: Revello, Paesana, Sanfront, Crissolo… quanti Burdisso ci sono su di là. Ebbene, in Piemonte la leva è (era) obbligatoria da metà ‘500. Ciò significa che gli antenati di Nicolas hanno combattuto per secoli per quella che non era ancora, ma sarebbe divenuta, l’Italia. Vista l’origine, un avo di Nicolas, molto probabilmente, era a Casteldelfino il 4 agosto 1628, a randellare i francesi di Richelieu che volevano andarsi a prendere il Monferrato. Un altro di certo combattè, e forse cadde, a Staffarda il 18 agosto 1690, nel tentativo di arrestare le stragi del Catinat. Un altro avo era a Torino il 7 settembre 1706, a bastonare i francesi di re Sole che volevano prendersi Torino. E quasi di sicuro ce n’è stato un altro all’Assetta, il 19 luglio 1747, contro il Duca di Belle-Isle, sempre ‘sti stramaledetti francesi. Ma l’avo di Burdisso, chiel a l’era là dzura, insem al Cunt ëd San Sebastiàn, e A L’HA NEN BOGIA’! Giuda Fauss! E poi le guerre d’indipendenza, le guerre mondiali, la Russia: quanti zii o cugini di Burdisso erano nella Divisione Cuneense, quanti sono caduti il 20 gennaio 1943 a Nowo Postojalowka, 13.000 Alpini morti in un giorno, o la settimana dopo a Valujki, sacrificati per permettere alle altre Divisioni Alpine di uscire dalla “sacca” di Nicolajewka? Questo è il sangue che scorre nelle vene di Burdisso, e degli italiani emigrati in Argentina, Brasile, Stati Uniti, Australia eccetera. E per questo un passaporto e una cittadinanza mi sembrano il minimo che l’Italia possa fare per cercare di colmare il debito che ha con loro. E ora Weatherill mi vuol far credere che un gabonese o maliano o nigeriano scodellato in Italia da un immigrato clandestino – del tutto scevro di tradizione e cultura italiana, e il cui primo contatto con l’Italia è stato il violare una sua legge penetrandovi clandestinamente – avrebbe più diritto alla nazionalità italiana di un Burdisso. Ma ca më fasa mac ‘l piasì!

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    1. bloodyhell - 3 mesi fa

      a parte la ricostruzione storica per sostenere un’eventuale italianità di burdisso, questa sì schizofrenica, vorrei porre l’attenzione su una cosa che a me è sempre apparsa scontata, ma a quanto pare a bogianen no: Anthony weatherill è inglese. nella cultura anglosassone lo ius soli è una cosa scontata come il sole che sorge domani mattina, per ragioni che non mi pare il caso mettersi ad elencare qui, ma che potrebbero essere approfondite attraverso la lettura di qualche buon libro o una rapida ricerca sulla rete. quindi, caro bogianen, nessuna marchetta. Weatherill è convintamente figlio della sua cultura e, comunque, leggendo bene ciò che ha scritto appare evidente che ha voluto usare un paradosso per far riflettere come schizofrenico e marchettaro sia diventato il mercato, non certo lui.

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      1. bogianen - 3 mesi fa

        Il bimbo nato in Inghilterra è cittadino britannico solo se almeno uno dei genitori è britannico (se è il padre deve essere sposato con la madre), o se ha un permesso di soggiorno permanente (non facile da ottenere). Non c’è lo ius soli in Inghilterra.

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        1. bloodyhell - 3 mesi fa

          non vorrei davvero scatenare un dibattito sullo ius soli, che sono certo non era l’intenzione di weatherill, visto che ha usato quell’emepio come paradosso, come è del tutto evidente. ma comunque preciso: in Inghilterra c’è uno ius soli moderato, esattamente come in australia. nel senso che se un bambino nasce da genitori stranieri in suolo britannico può chiedere la cittadinanza prima dei diciotto anni di età. in canda e stati uniti, altri paese anglosassoni, c’è lo ius soli totale. ne deriva che in questi paesi non ritengono lo ius sanguinis come unico riferimento per la cittadinanza. considerare solo lo ius sanguinis sarebbe, per la cultura anglosassone, una cosa priva di senso in riferimento alla loro storia. comunque ti inviterei sul serio a riflettere perché weatherill ha usato quel paradosso, e ti accorgerai che tutta queta nostra piccola polemica è davvero fuori contesto rispetto al suo articolo. ti mando un saluto, e forza toro

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    2. Esempretoro - 3 mesi fa

      Già! I gabonesi,maliani,nigeriani,ganesi vanno bene per far sventolare il tricolore alle Olimpiadi o a far lavori che in Italia nessuno vuole più fare. Se poi sono più fortunati magari faranno anche i professionisti nel calcio…compresi quelli che vestono o hanno vestito la maglia della tua squadra.
      Cambia spacciatore,magari uno con passaporto italiano. Ci sono,sai?

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      1. bogianen - 3 mesi fa

        I maliani, gabonesi, nigeriani e ghanesi vanno bene quando alle olimpiadi sventolano le loro bandiere, visto che è giusto che si battano per il loro Paese. Questi “lavori che gli italiani non vogliono più fare” vorrei sapere quali sono, visto l’elevata percentuale di giovani disoccupati. Ribadisco che ritengo abbia più diritto alla cittadinanza italiana il nipote di un italiano emigrato decenni fa piuttosto che il figlio di uno spacciatore di droga africano (ce ne sono tantissimi, sa?) nato in Italia. Poi lei può pensarla in maniera diversa, ma non per questo l’accuso di far uso di sostanze stupefacenti o psicotrope. Trovo la sua risposta molto villana.

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  4. Turin2.0 - 3 mesi fa

    In questo calcio di oggi e con il modus operandi dispendioso che le maggiori società italiane hanno adottato questa estate noi dobbiamo ritrovare la nostra strada che è quella della “filosofia” che applica l’Athletic Bilbao o del Celtic dei dei Lisbon Lions noi x la nostra storia il Fila il Grande Torino i Balon boys e tutto il resto solo crescendo al Fila i nostri giocatori futuri (magari acquistando meno fuori e osservando meglio i talenti che crescono a Torino e dintorni) possiamo riprenderci il nostro destino!

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  5. Rock y Toro - 3 mesi fa

    Quello che mi rattrista è il verificare che anche noi tifosi ci assoggettiamo facendo abbonamenti alle tV a pagamento.

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    1. Maicuntent - 3 mesi fa

      Basta guardare le partite su internet per non dare soldi a quei bastardi

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  6. TOROHM - 3 mesi fa

    Concordo in tutto tranne che la cittadinanza non la darei in nessuno dei 2 casi suddetti. La cittadinanza se la devono guadagnare tutti con anni di lavoro e versamenti delle tasse altrimenti troppo comodo.

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  7. Esempretoro - 3 mesi fa

    Articolo magnifico,anche se come diversi precedenti è un’ulteriore coltellata nel petto degli amanti dello sport nella sua accezione più umana.
    Con diversi amici ripeto da parecchio che il calcio è morto,merito di federazioni cieche ed asservite ai soliti noti,organismi che permettono che la forbice tra i potenti e gli altri si apra sempre più,stampa che alimenta il tutto guardandosi bene dal segnalare e denunciare,ma anzi alimentando un pietoso balletto intorno alle solite squadre. Certo che per certi versi ci si nutre di passato,è la disperazione d’assistere a spettacoli che di “sportivo”hanno praticamente nulla,a vittorie che imbarazzano per quanto sembrino squallide repliche di commedie d’attori senz’anima.
    E lo scempio non è finito…

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  8. Tashunka - 3 mesi fa

    Bellissimo pezzo ! Complimenti! La domanda che ci dobbiamo fare è come si possono far coesistere gli antichi ideali con il calcio moderno così ben descritto nell’articolo? Il Toro è un esempio lampante di questa situazione!

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  9. torotorotoro - 3 mesi fa

    grande articolo di Weatherill, come sempre

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  10. spettro73 - 3 mesi fa

    Sono iscritto da poco a Toronews ma leggo da molto tempo. Qui volevo solo ringraziare Anthony Weatherill. I suoi articoli sono sempre emozionanti e interessanti. Inutile dire come condivida totalmente la grandissima nostalgia del calcio che fu.

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    1. torotorotoro - 3 mesi fa

      È un grande giornalista, sportivo e di costume. Felice di leggerlo su Toronews!

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