Percorsi

Percorsi

di Silvia Lachello

 

Venerdì 4 settembre 2009

Caro Diario,

è strano comunicare.
Alcune cose non posso essere dette subito perché devono prendere una forma definita prima di essere espresse a parole.
Perché la parola è limitata e rischia di togliere qualcosa o di aggiungere talmente tanto da modificare indelebilmente…

di Silvia Lachello

 

Venerdì 4 settembre 2009

Caro Diario,

è strano comunicare.
Alcune cose non posso essere dette subito perché devono prendere una forma definita prima di essere espresse a parole.
Perché la parola è limitata e rischia di togliere qualcosa o di aggiungere talmente tanto da modificare indelebilmente le percezioni di un momento di vita.

Sai, lunedì sera mentre andavamo allo stadio per Toro-Empoli la Stefi ha dato forma verbale a… ti racconto che cosa ci siamo dette. Ma prima devo spiegarti dove eravamo: è importante.

Noi, la Stefi ed io, facciamo sempre la stessa strada per andare allo stadio: prendiamo il sottopasso del Lingotto (lì inizia il riscaldamento dell’anima: esprimiamo dubbi, speranze, è un momento di “timidezza” o forse…), svoltiamo a destra in via Tunisi (… o forse è solo emozione ma…), superiamo il semaforo che incrocia via Filadelfia dando una rapida occhiata verso destra (… ma in realtà è che…), proseguiamo su via Tunisi (… è che ci si riempiono gli occhi di lacrime che…), giriamo in via Spano (… che non sono fatte di acqua e sale ma…), poi in via Giordano Bruno (… ma di gioia ed orgoglio che mozzano il fiato e…), infine in via Filadelfia (… e sono brividi che sconquassano però…) e proseguiamo fino a svoltare in corso Galileo (… però abbiamo voglia di spaccare il mondo e…) e poi in corso Sebastopoli dove la Stefi inevitabilmente parcheggia (… e lo spaccheremo, dovessimo impiegarci millenni: non abbiamo fretta, noi.) e poi si va.

Ci sono percorsi e percorsi.

Dove eravamo? Su via Filadelfia. Filadelfia: ha un bel suono, ha un bel significato. Per me stava per diventare IL Luogo ancora più LUOGO.

Eravamo su via Filadelfia, ferme al semaforo dove La Via Infinita incrocia corso Unione, e la Stefi mi ha detto che doveva dirmi una cosa, una cosa che era successa tempo addietro, una cosa che era giunto il tempo di raccontare.
Mi sono messa all’ascolto.

Ti ricordi il trentun maggio? Avevamo parcheggiato l’auto lì [indica dove, in corso Unione quasi angolo via Fila] per andare a vedere la partita con Giacomo e Caterina da Davidone…

– Certo che mi ricordo… [strano che mi chiedesse se ricordavo qualcosa: ricordo sempre tutto, TUTTO, maledizione]

Stavamo tornando a prendere l’auto: tu eri davanti a noi, con la solita maglietta granata…

– Ah-ah… [non capivo dove volesse arrivare]

Dallo stadio uscivano quegli altri, con le loro bandiere odiose, e ne abbiamo incrociato un gruppetto e tu…

– [ho trattenuto il fiato: mi ricordavo alla perfezione, sai che novità, quel gruppetto, le loro bandiere, le loro magliette, i loro cappellini, i loro ziofffà… mi ricordavo anche di essermi sentita pronta a qualunque roba perché anche se il Toro era andato in serie B io ero ALTRO]

… e tu hai raddrizzato la schiena, hai alzato la testa, non ti ho mai vista così dritta, così sicura, così intoccabile. Sei passata attraverso a quella massa informe ed eri l’orgoglio fatto persona. Tu eri l’orgoglio ed io ero orgogliosa di te. E’ stato un momento di intensità tale che riesco a parlartene solo adesso. Qualunque cosa avessero provato a dirti li avresti distrutti. E devono averlo capito perché hanno taciuto. Sai uccidere con lo sguardo. Era un po’ che volevo dirtelo ma non trovavo il momento giusto: è arrivato ora.

– [ho taciuto, cosa rara trattandosi di me… le ho voluto un po’ più bene del solito… che bello ‘sto lavoro di costruzione della Stefi e mio: prosegue incessante e senza progetto ma ha fondamenta che si fanno più solide di giorno in giorno… è come il Toro: cresce, punto e basta]

Insomma: la Stefi aveva custodito dentro di sé per tre mesi, il tempo di una stagione, la sensazione di quel giorno, il peso di una caduta, la forza di quelle ali che non finiscono mai di agitarsi anche quando di forza non ce n’è più. E per dare alla luce il SUO essere granata.
Perché io non c’entro quasi nulla nel suo ‘segreto’ teneramente e tenacemente custodito.
Bisognava solo tornare sul luogo del ‘delitto’.
Perché noi torniamo sempre nei nostri luoghi.
Non riusciamo proprio a starne lontani.
E perché dovremmo, poi?
Non fa parte, non totalmente, di una delle nostre liturgie… è che noi torniamo sempre a casa.
Anche senza essercene allontanati.
Semplicemente siamo lì.
Semplicemente siamo.
Semplicemente.

Martedì 8 settembre 2009

Caro Diario,

della sconfitta contro il Brescia non ho più voglia di parlare: ho già detto tutto, ho già detto troppo, ho già detto quello che dovevo dire, ho già sprecato abbastanza fiato.
Trovo interessanti i fossili, non mi piace fossilizzarmi.
E quindi ciao: inizio a programmare il sabato pomeriggio.

Poi ti devo raccontare di quando ho sognato di essere in curva in mezzo ai bandieroni ed insieme con le maestre d’asilo di mia figlia ma non adesso, non adesso…

Post Scriptum
Oggi, nove settembre duemilanove, è un giorno speciale per me: è il quinto compleanno di mia figlia.
Mia figlia è del Toro. Ma è soprattutto Giulia.
Auguri, piccola, auguri con lo stesso stupore con cui ti ho accolta cinque anni fa, auguri con la stessa voglia di ridere ripensando a quel giorno in cui avevi due anni, il nonno aveva appeso la bandiera del Toro al balcone, tu l’avevi guardata ed alzando le braccia avevi esclamato “Tovooooooooooo!!!”… in quel momento mi hai dato la certezza che, per quanto vivere sia complicato, non avrei mai camminato da sola: ti sono infinitamente gra(na)ta…

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