Mai soli

Mai soli

di Silvia Lachello
Lunedì 14 settembre 2009

Caro Diario,

facciamo finta che il male peggiore del mondo sia distruggere i sogni.

E facciamo anche finta che i cecchini dei sogni, una volta individuati, vengano sottoposti, che so?, alla gogna in mutande.

Così essendo…

di Silvia Lachello
Lunedì 14 settembre 2009

Caro Diario,

facciamo finta che il male peggiore del mondo sia distruggere i sogni.

E facciamo anche finta che i cecchini dei sogni, una volta individuati, vengano sottoposti, che so?, alla gogna in mutande.

Così essendo il Rondò d’la Forca non avrebbe perso la sua originaria identità e forse, dico forse, ci saremmo presi qualche soddisfazione.

Avremmo avuto, quanto meno, UN modo per scaricare il dolore.

Hai già capito a che cosa sto pensando, vero? Sì, sì… alla solita estate del 2005.

Non sono pensieri tristi, non questa volta… è solo una parte del percorso interiore che mi capita di fare in questi giorni perché… aspetta: un passo per volta.

Ti faccio un riassunto di quel che successe nel 2005: eravamo felici, poi non c’eravamo più, poi eravamo voragini di nulla e di rabbia ambulanti, poi c’eravamo di nuovo.

Ricordi? Bene: alcuni sembrano avere dimenticato ma non è questo il punto.

Eravamo entusiasti anche perché, prima, non sapevamo se saremmo risorti anche quella volta ed esserci, esistere di nuovo, aveva il sapore pieno dell’impossibile.

Ci eravamo riversati, come un popolo migrante e festoso, allo stadio per dare il benvenuto al nuovo Toro, per verificare con i nostri occhi che non era uno scherzo, per testimoniare che l’orgoglio non è sempre spocchia e che l’appartenenza era folla gioiosa e pronta… pronta ad iniziare tutto da capo, pronta a rientrare in corsa.

Eravamo in tanti quel giorno, eravamo in tanti… c’ero anche io, ricordi?

Io che tornavo lì dopo tanto tempo, dopo un’altra vita, una vita vissuta ai margini dello stadio e sempre intrisa dell’IDEA.

Taglio corto: tornava il Toro e tornavo anche io, io che sono poca cosa in confronto a ciò per cui eravamo in tanti lì, però NOI siamo la somma di tutti gli altri IO e quella somma è sempre più di tutti quegli IO messi insieme…

Bene: io c’ero, tornavo alla vita da stadio e avrei preso atto, di lì a poco, che stavo invecchiando e che invecchiare così era una figata, la cosa migliore che potesse capitarmi.

Ne avrei preso atto di lì a poco… quattro anni è un lasso di tempo che si può definire breve? Non lo so… a me sembra che sia passato in un attimo.

Il fascino del tempo deriva dalla sua irrilevanza.

E’ l’estate del 2005, vado allo stadio a vedere Torino-Albinoleffe.

Un battito di ciglia ed è l’estate del 2009, vado allo stadio a vedere Torino-Albinoleffe.

Questa volta però non ci sono tornata da sola… vabbe’, non sono mai da sola allo stadio, se anche mi accade di non essere con la Stefi c’è sempre un sorriso che mi accoglie, un abbraccio da dare e ricevere… però… aspetta: un battito di ciglia, di ciglia lunghissime e scure, sono le ciglia della mia bambina, le ciglia della mia bambina che sbattono meravigliate, perché tutti i bambini sbattono le ciglia quando entrano nello stadio per la prima volta, tutti i bambini guardano il campo e dicono con voce quasi soffocata: “Com’è graaaaandeeeee!”.

Anche lei come me a mio tempo (ed era un battito di ciglia fa… vedi che il tempo è irrilevante?), come mio figlio due anni fa, ha provato quella meraviglia e quella sorpresa che, lo ammetto, mi coglie ancora ogni volta che salgo le scale e vedo il verde.

Non importa dove il Toro giocherà, i granata son qua… cioé, no, volevo dire che non importa che il Comunale sia un catino: quel rettangolo verde è la via per la realizzazione dei sogni. E NOI di sogni ce ne intendiamo..

Ma ci pensi? Io, la recalcitrante bambina offesa e spaventata dai mortaretti dei tifosi napoletani di un Toro-Napoli di mille anni fa, ho finalmente chiuso un conto aperto con il passato.

I miei figli sono il mio ponte verso il futuro, quando non ci sarò più saranno loro a guardare il mondo anche per me, e mi piace pensare che vedranno il Toro trionfare come è accaduto a me negli anni settanta.

Mi piace pensare che un giorno anche loro saliranno le scale dello stadio tenendo per mano un bambino, che anche loro si morderanno le labbra per non contaminare di lacrime quel sorriso che esplode in tutte le fibre, che anche loro avranno l’orgoglio di avere alle spalle genitori e nonni granata che gli hanno raccontato le fiabe in cui l’orco era un orco di plastica ed un mostro a guisa di medusa non aveva in testa serpenti ma bellicapelli, in cui ci sono momenti di morte, in cui la rinascita avviene comunque, in cui si narra della Grande Famiglia che non ha mai fine.

E con lei, con mia figlia, siamo alla quarta generazione di occhi che si meravigliano, di cuori che si spezzano e poi fanno capriole nel petto e son capriole di gioia, di sopracciglia aggrottate perché qui e perché là… qual è l’esatto patrimonio che le sto passando nel cuore? Perché qui non si tratta di consegnare fisicamente qualcosa… sì, potrò darle la mia bandiera, potrò spiegarle e farle comprendere tutto ciò che essa significa, potrò un giorno farle vedere il biglietto della sua prima volta allo stadio… ma che eredità le spetta? Non sarà qualcosa di troppo pesante?

Mia madre dice da sempre che è il Toro che ti sceglie e questa è una profonda verità… è una scelta che non lascia scampo, una scelta che è maledizione e benedizione al tempo stesso… forse dovrei evitare di interrogarmi sulla pesantezza o meno dell’essere granata per non distrarmi troppo dal presente ed il presente è una bambina, la MIA bambina, che ha scelto di venire allo stadio indossando la sua maglietta granata, mettendosi in piedi sul seggiolino per battere forte le mani, dicendo di essersi divertita (beata innocenza…) e chiedendo di tornare.

Sai che cosa mi ha stupito e non poco? Lei ha paura dei suoni forti eppure si trovava a suo agio nel chiasso crescente della curva, ci sguazzava tranquilla e persino galvanizzata (“Hey, questa canzone è quella che cantiamo sempre a casa!”). Le era naturale essere lì, essere in curva, cantare, battere le mani, chiedermi di mettere più in alto la bandiera.

Allora è proprio così, allora anche lei è stata scelta dal Toro, anche lei fa parte di quei cuori consumati e forti, anche lei andrà incontro a schiaffi violenti, anche lei (lassù in cielo… qualcuno mi/ci ascolti…) avrà una fetta di immortalità da raccontare a chi verrà poi.

E’ un impegno gravoso avere l’incarico di essere custodi dell’IDEA… non te lo dono a cuor leggero, figlia mia… ma in definitiva non sono io a donartelo, ti è stato dato insieme con tutto quello che sei: sorrisi, canti, tenerezza ed occhi grandi. Che possano vedere anche trionfi, che possano chiudersi qui e là per trattenere lacrime che sono barlumi di assoluto, che possano brillare come gli ho visto fare sabato allo stadio, che possano ridere come quella volta in Irlanda in cui la bandiera voleva volare via ma l’abbiamo tenuta forte ed è rimasta con noi e ridevamo, ridevamo, ridevamo…

Si pensa spesso che i luoghi dei grandi eventi debbano per forza essere magnificenti… no, Caro Diario, no.

I grandi eventi nascono dove il cuore, la testa e la pancia li fanno nascere.

I grandi eventi passano inosservati.

I grandi eventi sbocciano spontanei e con docile irruenza si fissano nell’anima.

I grandi eventi si verificano anche in uno stadio che è un catino e sono per sempre.

Grazie, figlia mia, per avermi fatto un regalo grande, grazie Toro per essere stato l’Iniziatore di un pezzettino della mia felicità: siete la Luce che illumina e spazza via e mie grigie nubi interiore.

Poi ti devo raccontare di quando mi capita di passare davanti al Fila insieme con i bambini e loro dicono “Possiamo?” ed io dico loro “Dovete!” e loro replicano con frasi ingiuriose in stile deliziosamente bambinesco seppur efficace all’indirizzo del cecchino dei sogni di cui ti dicevo prima ma non adesso, non adesso…

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