Heeeernandez!

Heeeernandez!

di Mauro Saglietti

Esistono due modi per raccontare la storia di un campionato.
Il primo è snocciolare partite e risultati, ce la caviamo con 20 righe.
Il secondo è condividere i ricordi con gli amici. come se fossimo di fronte a un buon bicchiere di vino.

 

Per risalire all’inizio, un po’ particolare di questa vicenda, non bisogna risalire troppo il fiume della nostra…

di Mauro Saglietti

Esistono due modi per raccontare la storia di un campionato.
Il primo è snocciolare partite e risultati, ce la caviamo con 20 righe.
Il secondo è condividere i ricordi con gli amici. come se fossimo di fronte a un buon bicchiere di vino.

 

Per risalire all’inizio, un po’ particolare di questa vicenda, non bisogna risalire troppo il fiume della nostra storia…
Soltanto pochi giorni fa maneggiavo con cura l’album delle fotografie della mia infanzia, quando, tra le ultime pagine, mi è cascato l’occhio su alcuni scatti di cui mi ero completamente dimenticato.
Formato quadrato, vecchissima macchina Ferrania, distanza siderale dai soggetti che era nelle mie intenzioni fotografare.
Una foto però è ben definita e, curiosamente, riporta un soggetto del quale esistono poche testimonianze. Con gli immancabili annuari ed archivi sono risalito alla data: 17 ottobre 1982.
Un pomeriggio grigio di autunno, avevo 14 anni, Der Kommissar di Falco era in testa alla classifica, da un mese avevo iniziato il liceo ed ero alto un metro, un barattolo, più un’altra cosa in mezzo ai due.
Una giornata umida e la sensazione di aver assistito a una grande partita.
E pensare che, tempo prima, tutto era cominciato con una contestazione
Una delle tante.

 

PIANELLI VATTENE”, aveva campeggiato all’inizio degli anni ’80 su di un lungo striscione, che alle volte veniva esposto in Curva, atre volte appeso al tetto della tribuna.
Proprio lui, il presidente dello scudetto.
Questo è uno dei nostri ricordi scomodi, chiusi a chiave nella cantina degli orrori, insieme a tanti altri, ma ahimè indietro non si può tornare.
Dalla vittoria del campionato, 1976, dopo la beffa atroce del torneo seguente, la squadra aveva affrontato un inesorabile declino e le aziende di Pianelli avevano imboccato il tunnel della crisi economica, favorite in questo anche dal boicottaggio, dopo lo scudetto, di chi gli aveva tagliato le commesse, e non ultima cosa, dal rapimento del nipotino.
I tifosi non potevano tollerare il dover scendere nell’anonimo centro classifica o peggio, così, complice anche una finale unica di Coppa Italia giocata a Roma con il beneplacito della società, la contestazione montò rabbiosa. Ottenuta una salvezza tranquilla, nel campionato 1981-1982, con l’immancabile finale di Coppa Italia persa, Pianelli lasciò il vertice della sua amata società a Sergio Rossi, scafato industriale ai vertici della Comau.

 

L’estate 1982 era stata quella dei mondiali di Spagna. Ancora non si era manifestata nel sottoscritto l’antipatia per la compagine azzurra, che nel presente è palese avversione.
Vincere quel mondiale per molti di noi fu una festa e la presenza dei gobbi in campo venne relegata in secondo piano. Era stata l’estate di Paradise, Bravi Ragazzi e Avrai, di Da da da, Un’estate al mare, Tanz Bambolina, Lamette e Non sono una signora.
L’estate di Don’t you want me degli Human League, di Eye in The sky di Alan Parson, di Titanic di De Gregori e La voce del padrone di Battiato, che sbaragliò letteralmente la concorrenza.
Era stata l’estate nella quale avevo deciso, visto l’imminente inizio del liceo, di tentare di crearmi un’infarinatura di Latino da solo. E così perdevo minuti importanti di vita al suono di Rosa, Rosae e Rosarum, che così tanto mi sarebbe servito nella vita. Ma povero scemo!
L’estate dei primi innamoramenti, come era normale che fosse, alla quale ne sarebbero seguiti tanti altri, anno dopo anno.
Ma soprattutto fu una busta, che ricevetti nel momento più triste.
Quello nel quale era giunto il momento di abbandonare la casa estiva.
Una busta che conteneva un abbonamento dei Distinti Centrali, per la stagione granata che sarebbe cominciata quel giorno stesso.

 

Sergio Rossi riorganizzò la società prima di tutto a livello dirigenziale. Mantenne come segretario Federico Bonetto e fece entrare in società, due personaggi semi sconosciuti ai più: l’Avvocato Nizzola come Amministratore Delegato e Luciano Moggi come Direttore sportivo, che avrebbe “influenzato” (coff coff) il calcio italiano nel ventennio seguente.
Sul mercato si spese, e anche parecchio.
Per prima cosa si cercò un allenatore che rispondesse ai postulati del tremendismo granata e la scelta cadde su Eugenio Bersellini, seguito dall’immancabile appellativo “sergente di ferro”.
Venne mantenuto lo zoccolo duro della squadra che faceva perno su Terraneo, Danova, Zaccarelli, Dossena e alcuni giovani che l’anno precedente avevano contribuito alla salvezza. Furono acquistati giocatori di qualità, come il libero Galbiati, il centravanti Franco Selvaggi dal Cagliari, l’esterno Fortunato Torrisi, l’attaccante Claudio Borghi e il regista argentino Patricio José Hernandez, all’epoca famoso per le micidiali punizioni e per essere la riserva di Maradona nella Nazionale argentina.
A parte il fatto che anche io sarei stato un’ottima riserva di Castellini o Pulici, se non mi fosse toccato giocare neanche un minuto, l’estroso argentino venne accolto con molto ottimismo dai tifosi.
Come detto si parlava un gran bene delle sue punizioni.
Detto, fatto: nel precampionato Hernandez diede subito sfoggio della sua abilità, infilando l’Imperia su calcio piazzato. Una gara gagliarda contro i temibili liguri, poi terminata 1-1, dopo un guasto all’impianto di illuminazione.
Gongolammo.
Quella fu l’unica punizione che Hernandez segnò col Toro.

 

Non finisce qui, e aggiungo, sottolineandolo, un purtroppo gigantesco e lisergico.
Una delle prime decisioni di Moggi, fu quella di dare il benservito a un certo Pulici.
Tralascio i dettagli. Paolino si accasò all’Udinese e credo abbia odiato Moggi da quell’istante.
Forse non ci rendemmo bene conto di quello che stava capitando.
Ma quando a fine agosto la Coppa Italia ebbe inizio, ci accorgemmo che senza di lui la maglia numero undici non sarebbe mai più stata la stessa.
Neanche col candeggio, come si diceva allora.

 

La Coppa Italia ebbe inizio il 18 di agosto.
Ci qualificammo abbastanza agevolmente al turno successivo, dopo aver pareggiato a Palermo contro gli isolani, aver battuto la Reggiana per 1-2 con gol di Bonesso e Selvaggi, aver regolato col medesimo punteggio anche Monza in casa (Borghi 2 volte) e Benevento in trasferta (Galbiati, Dossena), ed infine aver pareggiato in casa contro il Cagliari per 1-1 (Hernandez), gare inframmezzate da una amichevole casalinga contro l’Atletic Bilbao, terminata 1-1.
Non se ne era andato solo Pulici.
No, era successo anche dell’altro.

 

Era cambiata la divisa e sinceramente occorse un po’ di tempo per abituarsi.
L’unica divisa del Toro che io considerassi (e che considero) tale era quella “tuttogranata”, pantaloncini e calzettoni inclusi.
Era stata introdotta all’inizio della stagione 1975-1976, voluta proprio da Radice, si diceva, e, oltre a portare una gran fortuna, dava l’impressione di tremendismo che a noi tifosi piaceva tanto.
Tenete presente che le divise in quegli anni stavano appena iniziando ad essere sporcate dalle scritte degli sponsor.
Si permetteva soltanto una scritta, sul petto, in bella evidenza e francamente bastava e avanzava.
Quindi l’impressione di granatismo, con il tuttogranata, era particolarmente accentuata.
Vedere il Toro giocare con i pantaloncini bianchi all’inizio fu un piccolo shock.
La mia memoria calcistica era totalmente imbevuta della vecchia tenuta, che faticai ad accettare quello che mi sembrò un qualcosa in meno.

 

Con la mano alla radiolina, ascoltai la radiocronaca di Torino-Avellino, in quel 12 settembre 1982.
Essendo l’abbonamento statomi consegnato in mattinata, cominciai bene, perdendomi la prima di campionato.
Erano previste 15 partite casalinghe. Ne persi 2, una è questa.
Potete già cominciare a farvi un’idea, una drammatica idea di quale fu l’altra.
Cercando di decifrare le parole del radiocronista (erano anni in cui il motore devastava il suono delle radioline a transistors) venni a sapere che il Torino era passato in vantaggio.
Ricordo il luogo dove mi trovavo, di fronte a un mobilificio di Caselle ad oggi ancora esistente.
Quella strada avrebbe vissuto altre imprevedibili emozioni quell’anno.
Fu Hernandez a marcare il primo gol, prima rete in assoluto tra tutte le squadre e l’argentino si portò a casa un gran numero di bottiglie di vino, messe in palio come di consueto da un appassionato.
Il Toro rifilò quattro gol all’Avellino dei futuri gobbi Tacconi e Vignola.
Dopo Hernandez segnarono Borghi, Dossena e Selvaggi.
Galbiati fece autogol a pochi minuti dalla fine, per il 4-1 conclusivo.
Alla seconda giornata, si andò ad impattare per 0-0 contro il Catanzaro nelle cui fila militava Pietro Mariani. Sembrò un buon punto su di un campo che spesso ci aveva spesso in difficoltà.
Invece quello fu uno dei soli tredici punti che il Catanzaro, brillante ultimo, collezionò quell’anno.

 

Il Liceo ebbe inizio quando ancora Miguel Bosé ed i suoi Bravi ragazzi erano in testa alle hit dei 45 giri e la musica autunnale stava lentamente facendo breccia sui ritmi degli Imagination. Frequentare l’edificio che sarebbe stato così fondamentale per la mia vita, presentava qualche disagio. Tutte le mattine occorreva aspettare un pullman che non arrivava mai ed essere preso a cartellate in maniera più o meno costante. Ma studio doveva essere e non c’era spazio per altro.
Per almeno cinque minuti.
La tecnologia ludica di allora infatti, toccava vertici che ci sembravano inarrivabili: il massimo della vita era la consolle Intellivision della Mattel, sulla quale si doveva intuire una partita di calcio, o qualche coin-up da bar, dove ci si rifugiava velocemente all’uscita da scuola. 100 lire e le astronavine di Space invaders cominciavano a scendere verso la nostra astronave madre per qualche minuto.
Erano gli anni dei giochi elettronici tascabili, del Simon da tavolo, dei rumori elettronici e metalici.
Quello fu l’ultimo anno dei giocattoli. Presto la forza devastante dell’ondata musicale, avrebbe posto sui nostri scaffali vinili, invece di consolle.

 

Fino al 1982 avevo frequentato saltuariamente lo stadio, un’avventura iniziata nel 1976, giusto in tempo per godere un po’.
Entrare al Comunale era sempre una grande emozione, ma si doveva convivere con la location.
Mio padre insisteva per portarmi nella zona dei Distinti Centrali confinante con la Curva Filadelfia, il ché significava essere tristemente a contatto con le tifoserie avversarie.
Il 26 settembre dunque ritornai al Comunale per la prima volta da abbonato, in occasione di Torino-Genoa, nel quale militavano il futuro granata Martina, l’ex Onofri, il prossimo gobbo Briaschi e l’olandese Peters.
Un traversone dalla destra, trovò Borghi pronto alla deviazione di testa, 1-0. Credemmo che quello fosse soltanto l’inizio di una nuova goleada come contro l’Avellino, ma poco per volta la squadra granata arretrò il suo raggio d’azione, fino al 44’ della ripresa. Punizione dalla tre quarti avanzata sinistra, col Genoa che attacca disperato. Tiro rasoterra telefonato che attraversa mille gambe, ne tocca una di Dossena e termina in rete beffarda.
Guarda qui che hanno pareggiato, ‘sti bast… – esclamò un amico di famiglia, dietro di me, al quale non avevo mai sentito sfuggire una mezza parola traversa.
Ricordo la rabbia di quei momenti. Il Toro negli anni ci ha spesso abituato a débacles e crisi di panico durante gli ultimi istanti di gioco, puntualmente materializzatesi con il gol avversario.
C’era un gemellaggio storico tra le due squadre e l’amico dovette mordersi la lingua.
Tuttavia ultimamente mi sono chiesto se non ci fosse un fondo di verità nel suo discorso. Soprattutto nella parte finale.

 

Il 3 ottobre si giocò Udinese-Torino.
Avere Pulici contro era un pensiero impensabile, un amore senza cuori, un cielo senza luce e senza stelle. Ancora più impressione faceva sapere che il nostro eroe giocasse al fianco di Causio (!).
Passammo in vantaggio con Hernandez, ma sul finire del primo tempo Causio pareggiò su rigore.
Fu il primo di una lunga serie, contiamoli. Questo è il primo.
Nella ripresa un’altra autorete di Dossena regalò il vantaggio all’Udinese, ma fu Borghi a fissare il risultato sul 2-2 finale.

 

 

In occasione di Toro-Inter, quinta giornata, decisi di portare la mia macchinetta Ferrania allo stadio.
Scattai un paio di foto, una delle quali è qui allegata. Quel giorno il nostro settore era pieno di interisti che insultarono Juary, il “negretto” (proprio così, questa era la sua definizione all’epoca) che aveva esaltato l’Avellino con i suoi gol e le sue danze attorno alla bandierina.
Diamo un’occhiata…
Come detto la distanza è siderale. Si intuisce la Maratona con una bandiera azzurra…!
E’ un lavoro da orafi, ma se riuscirete ad ingrandire la foto, scoprirete che si trattava di una bandiera argentina, in onore di Pato Hernandez.
Heeeernandez… Heeeernandez, gridava la folla, nell’attesa vana di una delle sue micidiali punizioni.
Quel giorno non si andò oltre lo 0-0. Bonesso, subentrato a Selvaggi divorò letteralmente un gol. Su tocco ravvicinato dalla destra, sfiorò la palla all’interno dell’area piccola. La sfera, che attendeva solo di essere spinta in porta, sfilò rasente al palo. Un gol sbagliato impossibile da dimenticare.

 

Liceo era e si doveva studiare.
E cosa c’era di meglio se non studiare (ah ah ah) materie astruse accompagnati da una piacevole colonna sonora? Quell’anno la RAI ebbe un’idea geniale, per tentare di bilanciare gli ascolti, che la vedevano in debito con le emittenti private, a livello radiofonico.
Separò la programmazione in modulazione di frequenza da quelle in onde medie, dedicando alla prima contenitori giovani ed effervescenti, nei quali la musica leggera faceva la parte del leone.
Fu così che nacquero “Rai Stereo Uno” e “Rai Stereo Due”.
Studiodue” era il programma che aveva inizio alle ore 15:00 e che vedeva come conduttori Emilio Levi e Antonella Giampaoli. 4 ore e trenta di musiche e classifiche, era un piacere studiare così.
In quell’autunno acerbo fecero la loro comparsa, oltre al citato Der Kommissar di Falco, anche I won’t let you down dei Ph.D, Hard to say I’m sorry degli Chicago, Eye of the tiger dei Survivor, I know there’s something going on di Frida e Words di F. R David, tutti più tardi sbaragliati da un 45 giri che ne fece polpette.
Come dite? I Led Zeppelin? I Pink Floyd?
No amici.
Carletto di Corrado.

 

Ed eccoci dunque alla foto che ha scatenato i ricordi, quella di copertina.
Il tabellone di allora, mai dimenticato la dice lunga.
Stavamo vincendo 3-0 contro i doriani, con tripletta di Spadino Selvaggi, sesta giornata di campionato.
Date un’occhiata al tabellone, che era situato sopra la Filadelfia.
Era composto da centinaia di lampadine che si accendevano a formare lettere e scritte.
Quello che balza subito all’occhio sono le sue dimensioni. Non era un fazzoletto e anche dall’altra curva riuscivi comodamente a leggere marcatori e risultato senza cannocchiale.
Faceva effetto assistere ad un gol e poi attendere che il tabellone, inchiodato sullo 0-0, volgesse a una grafica amica.
Non conosco di preciso la sua storia ma, ragionando sulle foto dei nostri tanti archivi, mi sembra di capire che fosse stato realizzato all’inizio degli anni ’70. Azzardo: 1973? 1974?
Di sicuro esisteva già l’anno dello scudetto e la parte sinistra non era occupata da un display, ma da un grande orologio analogico che segnava lo scorrere di ore e minuti.
Addirittura venivano riportati i risultati dagli altri campi e le sostituzioni, avanguardia per l’epoca.
Il problema del tabellone fu che… si guastò, così siamo costretti ad entrare nel campo dei ricordi che non si trovano negli annuari.
Fino al campionato 1977-1978 il tabellone svolse il suo dovere con diligenza.
Poi, forse in quello successivo, si guastò e per lungo tempo rimase impalcatura solitaria e spenta.
Per qualche ragione non fu riparato ma rimpiazzato, da un tabelloncino ad una sola riga. posto in mezzo alla Maratona (lo vedete ormai non funzionante nella prima foto).
All’inizio degli anni ’80 il tabellone originale venne ripristinato, con un display al posto delle lancette.
Continuò a funzionare e nel 1987-1988, in alcuni casi si illuminava addirittura con la scritta “GOL”, ricordo a tale proposito un Torino-Pescara 2-0, con la scritta enorme dopo un gol di Polster.
Anche lui, come tante belle cose che non abbiamo più ritrovato, si spense con il campionato 1989-1990, quando una parte di Toro forse morì per sempre.

 

Continuammo imbattuti fino al derby. 0-0 a Cagliari, 1-1 in casa col Napoli, dove Borghi rimediò a un gol di Diaz e un buon 0-0 a Firenze.
Si fece un gran parlare del Toro rivelazione imbattuto che, bla bla, avrebbe creato grattacapi alla gobba e bla bla.
Insomma, gli ingredienti per perdere c’erano tutti.
Così fummo puntualmente sconfitti per 1-0, con gol di Platini.
Perdemmo quel derby senza fare praticamente nulla.

 

Domenica 28 – 11, era una giornata piovosa.
Eravamo convinti che ci saremmo rifatti della sconfitta nel derby, incornando il povero Cesena d un certo Walter Schachner, che si dibatteva sul fondo della classifica.
L’inizio fu arrembante, il Toro incazzato e roboante dipinse calcio scoppiettante con azioni da manuale e tocchi di prima, per gli applausi a scena aperta dei tifosi.
Il tutto ovviamente senza riuscire a fare gol.
E come spesso avviene dopo che ci si è beati di un risultato non favorevole, venimmo colpiti.
Schachner nella ripresa volò in contropiede sulla destra, mise al centro e Rubens Buriani, dai gloriosi trascorsi milanisti, infilò Terraneo di testa.
– Non è possibile! – gridò un infervoratissimo signore pelato nel settore semivuoto dei Distinti che occupavamo.
Era possibile sì. Col passare dei minuti la squadra di Bersellini aveva manifestato una pericolosa tendenza all’involuzione. Hernandez in particolare, cominciava ad essere fischiato per il modo fumoso di giocare, con continui retropassaggi di prima intenzione, che certo non permettevano alla squadra di salire all‘attacco.
– Questo tram è come il Toro: non va avanti! – disse a fine partita un altro signore esasperato, dopo che la vettura arancione aveva impiegato venti minuti per percorrere Corso IV Novembre in direzione Nord. Non aveva torto.

 

Il mio dramma si chiamava Judo.
Per anni, e dico anni ho frequentato una palestra di Judo.
– Quale dramma? – direte voi.
La palestra era situata in piena curva Filadelfia (metto il maiuscolo solo in onore della via del nostro Stadio). Proprio NELLA curva, all’interno delle vetrate che si vedevano dalla strada.
Immaginate.
Per anni mi è capitato di trovarmi faccia a faccia con i calciatori gobbi di quegli anni e con la maraja di gobbastri adoranti che li plaudiva. Per anni avevo dovuto sopportare i loro successi ladrati.
Non solo mi dovevo sorbire i gobbi a scuola, ma anche quelli della palestra, curiosamente una quantità impressionante.
Spesso capitava che ci allenassimo all’aperto, per fare un po’ di fiato, vestiti col nostro kimono e le scarpe da ginnastica.
Dei fenomeni da baraccone per i giocatori, che incontravamo al termine dei loro allenamenti e che ci guardavano ghignando. Ricordo dei tiraggi da paura.
Partivamo dal cortile dello stadio, salivamo di corsa le scale fino alla zona superiore di quella curva infetta, la percorrevamo di corsa (quante ne dicevo…) e ridiscendevamo dall’altra parte.
E loro guardavano e ghignavano.
Tranne due, che alle volte si fermavano a guardarci con interesse.
Scirea e Zoff, non a caso.
Sarebbe mai arrivato il giorno della vendetta?

 

Il periodo nero continuò con una sconfitta a Verona (1-0, Sacchetti), quindi superammo a fatica per 2-0 l’Ascoli di Novellino e Zahoui (!) con gol di Selvaggi e Borghi ed andammo inaspettatamente a vincere a Pisa per 1-0 con gol di Selvaggi, gara passata alle cronache per una incredibile sfuriata del presidente pisano Anconetani contro Moggi.
Stavamo chiudendo il girone di andata in piena zona UEFA, mai comunque in corsa per il titolo, per il quale lottavano come da copione i gobbi e soprattutto la Roma di Falcao, che andammo ad affrontare nell’ultima giornata del girone di andata, quando una gran quantità di tifosi giallorossi prese posto in Curva Filadelfia.

 

Non correvano rapporti per nulla buoni tra Torino e Roma. Qualche anno prima un tifoso giallorosso era stato accoltellato al termine di un Toro-Roma perso 0-2. Col tempo, e non certo tramite i mezzi di informazione ufficiali, si venne a sapere che si era trattata di un’imboscata di tifosi interisti, ma le forze dell’ordine all’epoca non andarono tanto per il sottile, arrestando persone che non c’entravano assolutamente nulla col fatto, e che furono costrette ad alcuni tristi giorni in gattabuia.
Le recenti sconfitte ai rigori in Coppa Italia, poi, di cui quella del 1981 favorita da un arbitraggio quasi pilotato, avevano creato un clima di ostilità aperta.
Però la Roma era in lotta con la gobba per lo scudetto, e dovendo proprio scegliere, sicuramente avremmo optato per il male minore.
Dopo una lunga fase di studio, Pruzzo raccolse un traversone dalla destra e di testa portò in vantaggio i giallorossi. All’inizio della ripresa il Toro tornò in campo furoreggiante. Neanche un minuto: traversone dalla destra e Dossena che di testa infilò Tancredi. 1-1.
A metà ripresa un episodio che ebbe dell’incredibile.
La Roma perse palla a centrocampo ed Hernandez si involò tutto solo verso la porta avversaria.
Tirò alto, nell’incredulità generale.
Sandro Ciotti nelle interviste del dopo partita, disse che non era pensabile che un giocatore di classe superiore potesse sbagliare un gol del genere. Aggiunse con il suo consueto garbo, che si trattava di un errore gravissimo.

 

Si diceva che ad Avellino il rigore era “di rigore”.
Fu così anche quell’anno.
Perdemmo la prima gara del girone di ritorno andando in svantaggio immediatamente con gol d Barbadillo, un tizio che mi ricordava tanto il cantante dei Boney M, quindi Vignola su rigore (e questo è il secondo) fece il bis.
Nella giornata seguente regolammo il Catanzaro 1-0 e questa volta il rigore fu fischiato in nostro favore.
Hernandez tirò malissimo, la palla toccò la parte interna della traversa, una volta tanto e finì dentro.
La domenica seguente pareggiammo 1-1 a Genova contro i rossoblù, continuando il trend positivo, con un’autorete provvidenziale in nostro favore.

 

Il Festival di Sanremo quell’anno parlò al femminile.
Per il primo anno le Nuove Proposte vennero equiparate ai Big.
Infatti vinse una graziosissima esordiente, Tiziana Rivale, con Sarà quel che sarà, che curiosamente fu anche la prima ad esibirsi nel corso della serata di apertura. Seconda giunse un’altra esordiente, che brillò di quella sola luce, Donatella Milani con Volevo dirti. Terza infine Dori Grezzi, la cui affascinante Margherita non lo sa aveva forse una lontana parentela con Johnny and Mary di Robert Palmer.
Tuttavia quel Festival viene ricordato per le canzoni che si piazzarono a ridosso delle prime.
Fu il Festival di Vacanze Romane dei Matia Bazar, de L’Italiano di Toto Cutugno, e soprattutto di Vita Spericolata di Vasco Rossi.
Particolare curioso: si cantava sulla base, con la musica registrata. Al termine di una delle sue esibizioni, Vasco se ne andò non appena pronunciate le frasi “…vedrai che vita vedrai…”, che concludono la canzone.
Già, peccato che poco dopo, annunciato dalla batteria, scatti il refrain di “poi ci troveremo come le star…”.
Il palco dunque restò vuoto, nell’imbarazzo generale, mentre il nastro continuava a ripetere il ritornello finale.
Vasco non era nuovo a sorprese di questo tipo. L’anno precedente era entrato in forte polemica con il critico Nantas Salvataggio ed al termine di una sua esibizione aveva gettato il microfono per terra, raccolto poi prontamente dal cantante seguente.
Quel Christian che raccoglieva ampiamente le mie antipatie.
A quel Festival partecipò, curiosamente anche la giovanissima Giorgia Fiorio, figlia di Cesare Fiorio, manager Ferrari, con la gradevole Avrò.
Ragazza molto caruccia, non ebbe il successo sperato. Ci riprovò ancora, facendosi chiamare soltanto Giorgia, dopo la metà degli anni ’80, anche in quel caso senza troppa fortuna.
Dopo qualche anno un’altra Giorgia, quella che tutti conosciamo, avrebbe contribuito, ahilei, a gettarla nell’oblio. Presto si sarebbe rifatta come fotografa.
A quel Festival, infine, partecipò anche un certo Zucchero Fornaciari, praticamente ignorato con Nuvola.

 

Il 6 febbraio è una giornata di vento e la cronaca passa al tempo presente per sottolineare quello che sta per capitare. E che capiterà di lì a poco.
E’ un giorno particolare, non solo perché il Toro gioca contro l’Udinese.
E’ la prima volta di Pulici da avversario al Comunale.
In basso la cancellata della Maratona è avvolta da un enorme striscione, caratteri granata su bianco: “NON POTREMO MAI DIMENTICARTI”.
Nelle dichiarazioni del pre-partita, lette a voce alta dallo speaker dello stadio, Pupi afferma di aver paura di “sbagliare spogliatoio”.
Non partirà titolare, entrerà a metà partita e a tutti noi subentrerà un po’ di malinconia.
Subisce un fallo molto duro e rimane a terra, nell’imbarazzo generale.
Viene quasi da imbestialirsi e da fischiare.
Finisce 0-0 senza grosse emozioni.
La gente sfolla lentamente. La domenica seguente sarà senza calcio, in seguito alla gara della Nazionale contro Cipro.
Ma c’è qualcosa di strano e indefinibile…
Un’eco sinistra. Una sensazione, nulla di più.

 

Domenica, 13 febbraio 1983, è una giornata di brutto tempo.
Ha nevicato per tutta la giornata e nel corso del pomeriggio la precipitazione si è accentuata.
Pomeriggio ideale per stare in casa a guardare la neve che si posa sopra i tetti. O forse per uscire e andare a vedere un buon film in qualche cinema.
Chissà quanti fanno così.
Il pomeriggio si attarda, il buio lo travolge e alle cinque è già sera.
Non c’è internet, non ci sono sms, non c’è ancora modo di far girare notizie improvvise, se non tramite le radio private.
Per chi le ascolta.
Sarà il Tg delle 20 a rabbrividirci.
Quel Tg parlerà di una disgrazia in Valle d’Aosta.
Nel pomeriggio è precipitata una ovovia a Champoluc, ci sono state 11 vittime.
Ma quella sarà la seconda notizia di quella giornata dannata.
La prima è terribile.

 

18:00
A Torino, in un cinema di Via Cibrario, lo Statuto, si è appena conclusa la proiezione di una commedia francese, La Capra, con Gerard Depardieu.
La gente sfolla, dopo la conclusione dello spettacolo precedente. C’è chi si alza, c’è chi entra e prende i posti nel frattempo lasciati liberi.
Va in onda la pubblicità che precede lo spettacolo seguente.
C’è chi si accomoda in platea, chi prende posto in galleria.
Saranno in molti a raccontare le terribili coincidenze di quei momenti.
I volti intravisti, le immagini di persone che prendono il posto occupato fino a pochi istanti prima.
E’ la storia della morte che sta lentamente danzando con la vita delle persone, scegliendo chi salvare e chi condannare separando gli uni dagli altri per coincidenze.

 

18:10
Il nuovo spettacolo è iniziato.
Ma da qualche istante alcuni fili, dietro una tenda di uno degli ingressi della platea, sono in pericoloso cortocircuito.
Le scintille finiscono sulla tenda.
La tenda prende fuoco improvvisamente e abbatte le lingue di fuoco su alcuni sedili posizionati all’estrema destra nella platea. Il fuoco si propaga violento al corridoio e ai sedili della platea, i tessuti sono tutt’altro che ignifughi.
Tutt’altro.
Il fuoco divampa violento, dalla parte degli ingressi.
Gli spettatori della platea scappano verso le uscite di sicurezza.
Ma le trovano sbarrate.
Urlano, invocano aiuto, sono attimi concitati e confusi anche nei racconti di chi li visse.
Poi qualcosa capita. Qualcuno da fuori sblocca le uscite.
All’interno il fuoco divampa facendo sciogliere gli arredi, ma tutti gli spettatori della platea riescono a riversarsi in strada.
In galleria, invece, ci sono 64 persone.
Occorreranno mesi, dopo il rogo, per ricostruire il cinema così com’era, e simulare un altro incendio, questa volta d’estate, per comprendere cosa capitò realmente quel giorno.
E tutto fu disperatamente chiaro.
Gli spettatori della galleria non si accorsero subito di quello che stava capitando, il fuoco era sotto di loro.
Quel giorno vedono lo schermo oscurarsi per una nuvola nera carica di veleno che sale dal basso.
Scappano, ma le scale sono già invase dal fumo assassino, denso di acido cloridrico.
Non restano che le uscite di sicurezza.
Ma anche quelle sono sbarrate in modo criminale. Chiuse.
Gli spettatori della galleria muoiono tutti.
Chi abbracciato al proprio amore.
Chi, disperato, stipato insieme agli altri nello stanzino dei servizi sul fondo del locale.
I soccorritori troveranno, pochissimi minuti dopo, ancora vivo un solo ragazzo.
Ma morirà lungo il breve tragitto che porta al Maria Vittoria, quasi dietro l’angolo.
E’ una delle tragedie più terribili che Torino ricordi.
I corpi vengono allineati, coperti da lenzuola, lungo il marciapiede di fronte al cinema, oppure all’interno del vicino garage di una compagnia di autonoleggio.
Una immagine terribile che è rimasta impressa in molti di noi.

 

Il Toro il mercoledì gioca un’amichevole contro l’Akademic Sofia, vincendo per 2-1, indossando il lutto al braccio per la tragedia e Dossena festeggia la nascita del figlio.
Ma non c’è altro pensiero se non per i funerali, che si tengono in Duomo di fronte a una folla immensa, alla presenza del Capo dello Stato, Sandro Pertini, che ha schiette parole di ammirazione per i Torinesi e per il loro modo di essere.

 

La tragedia del cinema Statuto cambiò radicalmente il modo di intendere i locali pubblici.
Siamo in Italia, prima si lasciano scappare i buoi e poi si chiude la stalla, si aspetta la tragedia o la disgrazia per agire, raramente si interviene prima.
Tanti locali fatiscenti, con impianti elettrici risibili furono chiusi.
Si iniziò a parlare di norme anche per quanto riguardava l’utilizzo dei materiali ignifughi da impiegare.
Troppo tardi per quei 64 torinesi.

 

I manifesti di quel film sono rimasti esposti per anni fuori da quel cinema, sempre più scoloriti.
Sembrava quasi un monumento di cattivo gusto che nessuno aveva il coraggio di toccare.
Poi, sul finire degli anni ’90 il Cinema venne demolito, al suo posto ora c’è un palazzo.
Che io sappia, non esiste neanche una targa che commemori quello che successe quel giorno e le persone che lì persero la vita in quel modo assurdo, sempre che ce ne sia uno logico.

 

Quando il campionato riprese, dopo quella triste data, ci capitò di andare inaspettatamente a trionfare a Milano per 3-1 con l’Inter.
Segnò dapprima Borghi, poi nella ripresa raddoppiò Selvaggi.
Quindi l’arbitro Bergamo (di Livorno, che quel giorno era a Milano, Dio che casino) si esibì in un raro numero da circo equestre.
Partì col piede sbagliato, decretando un calcio di rigore per l’Inter.
Altobelli contro Terraneo, parte prima: gol. L’arbitro fece ripetere
Altobelli contro Terraneo, parte seconda: parata. L’arbitro fece ripetere.
Altobelli contro Terraneo, terza ed ultima parte: parata.
Torrisi fece 3-0 e ll 90° l’Inter marcò il gol della bandiera, con Altobelli, ancora su rigore, questa volta tirato dentro.
Al di là della vittoria, altri due rigori contro. Siamo a 4.

 

Dopo uno 0-0 a Genova con la Samp, regolammo il Cagliari in casa 3-2, con tre gol in sette minuti, dallo 0-1 al 3-1 con Selvaggi e Torrisi due volte, prima del 3-2 di Piras su rigore (e 5).
Fu una prova generale di quello che sarebbe capitato di lì a poco.
A Napoli, altro terreno nel quale ci veniva fischiato con regolarità un rigore contro, perdemmo 1-0 con gol di Ferrario, guarda caso su rigore (6), assegnato dopo neanche tre minuti.
Quindi, sempre a ridosso della zona UEFA, avemmo la meglio su un’opaca Fiorentina per 2-0 con i gol di Beruatto e Borghi.

 

Veniamo al dunque.
Inutile far finta di niente o trattare quella partita con distacco.
Su quel giorno sono state scritte tante cose e il sottoscritto ci sta lavorando, anche se forse nessuna parola riuscirà mai a descrivere colori, suoni e sensazioni di quello che successe.
Mai come in occasione di quel derby, la storia del Toro è diventata la storia dei singoli e delle migliaia di testimonianze di chi ne fu testimone, allo stadio e non.
Nel mio caso fu la storia di un fantastico dramma.
Mettetevi nei miei panni e, se ci riuscite, consumatevi dalla rabbia.
Del resto vi avevo detto che persi solo una partita quell’anno, oltre a quella con l’Avellino, no?

 

– Mi porti al derby?
No!
– Dai, per favore, vanno tutti i miei amici…
Ma sei matto? Vuoi andare in quella gabbia di matti?
– Dai, non ho mai visto un derby…
Fate furb, asu.

Fine del dialogo tra me e mio padre, che mi precluse quel 27 marzo, qualsiasi cosa avessi potuto dire, la risposta sarebbe stata sempre la medesima: NO.
Mio padre non voleva andare ai derby per timori di scontri o altro.
E io non avevo fratelli maggiori o amici che mi potessero portare.
Come dite? Potevo andarci da solo?
Risposta esatta, è giustissimo, a 14 anni potevo permettermelo.
Andai a vedere quello di autunno, fu il mio primo derby, ma quello no.
Ora ci andrei zampettando su un piede solo, facendo capriole qui e là, con le mani legate dietro la schiena, con gli occhi bendati e cantando le canzoni di Gigi D’Alessio come penitenza biblica.
Ma non lo feci.
Sta tutto lì il dramma di quel giorno.
Avere l’abbonamento in tasca per la partita più bella del mondo e non esserci andato.

 

La strada è sempre quella della prima giornata, ma fatta al contrario. Non da Caselle verso Torino, ma viceversa, direzione Aeroporto, dove un’amica di famiglia sarebbe atterrata dalla Thailandia.
E chi se ne fregava? Io meno che mai.
Ci andai con le pive nel sacco, con due trombe lunghe così e con la notizia che stavamo già perdendo per via del gol di Rossi.
Io, mia madre e una vicina di casa, che fino a quel giorno mi aveva sempre considerato un ragazzino beneducato.
Eh sì.
Quando Ameri annunciò il rigore per la gobba (7), gli argini si ruppero e cominciai a vomitare tutto quello che già avevo compreso sui gobbi, con sorpresa e spavento della vicina di casa.
Prima parata, poi gol.
Giù improperi, di una ferocia spaventosa, con mia madre che tentava timidamente di placarmi.

 

Fu in quel preciso istante che accadde.
Ebbi la netta certezza che stava per accadere qualcosa di incredibile, di indefinitamente grande.
Sentii una rabbia dentro che mi stava facendo diventare Hulk, posso ancora ricordarla.
Voglio pensare, come ho sempre creduto, che una ventata di quella energia che si stava per abbattere su Torino, mi avesse sfiorato, con una premonizione indefinita.
Il tornado si abbatté devastante.
Poetico.
In molti videro un chiaro segno della Volontà Divina in quanto accadde quel giorno.

 

Il tratto di strada è il rettilineo che da Borgaro va a Caselle.
Al semaforo principale il gol di Dossena, descritto in diretta da Ameri, accompagnato da un mio urlo.
Poche centinaia di metri dopo, l’urlo della folla per il gol di Bonesso.
Infine la semirovesciata di Torrisi prima del curvone a sinistra.
Imprigionato nella 126 urlavo e mi dibattevo, tra la preoccupazione di mia madre che potesse prendermi un colpo e il terrore della vicina che cercava di aprire la porta della vettura per scappare, avendo compreso troppo tardi che si trovava a tu per tu con un indemoniato, al cospetto del quale il film L’esorcista altro non era che una puntata di Heidi con le caprette.
Urlai, urlai, urlai e urlai ancora.
Fino all’aeroporto, quando la partita finì.
Un signore, gobbo, mi vide con la radiolina e si avvicinò.
Poveretto, doveva aver staccato la radio sullo 0-2.
– Quanto ha fatto la juve? – chiese sorridendo. Chissà, forse voleva umiliarmi.
– Ha perso 3-2! risposta secca, fulminante, con gli occhi scintillanti.
Impallidì.
– Come?
– Ha perso 3-2! – ripetei scandendo le parole e di fronte alla sua bocca aperta, prossima a perdere un rivolo di bava, aggiunsi: – Tre gol in tre minuti. Dossena-Bonesso-Torrisi…
Andò via pallido senza dire una parola.
Che bello!

 

Fu una festa, la festa dello sghignazzamento.
Nell’atrio della scuola il giorno seguente alcuni ragazzini si abbracciarono sventolando una bandiera granata.
I fortunati che avevano preso parte alla partita, raccontarono della fantastica coreografia, dello striscione FORZA VECCHIO CUORE GRANATA che era stato srotolato lungo tutta la Curva, degli striscioni che avevano fatto la parodia della pubblicità della Uno (E’ comodosa, è risparmiosa…), sostituendo gli slogan con qualcosa di più consono alla gobba (E’ schifosa, E’ vomitosa…).
Così era. Avevamo di fatto consegnato lo scudetto nelle mani della Roma ed eravamo in zona UEFA praticamente sicura.
Quasi sicura.
In pratica una formalità.
Un gioco da ragazzi.
Cosa volete che sia?

 

Il campionato per noi terminò con quella fiammata dinnanzi alla quale sarebbe fuggita terrorizzata anche la Wehrmacht.
Per prima cosa regalammo speranze a un Cesena quasi condannato alla fucilazione, facendo maramaldeggiare nuovamente un certo Schachner, quindi pareggiammo in casa per 1-1 contro il Verona, partita nella quale fu annullato un gol di tacco regolarissimo a Selvaggi. Pareggiammo con Van de Korput il gol iniziale di Volpati e sperammo nelle ultime tre partite, nelle quali riuscimmo a raccogliere ben zero punti.
0-2 ad Ascoli, ottavo rigore contro, quindi riuscimmo nella non facile impresa di prenderne due in casa dal Pisa.
I giornali il giorno seguente parlarono di “Toro pendente” nel quale il solo Terraneo aveva salvato la baracca da una fine ancora più ingloriosa.
A Roma partecipammo alla festa generale facendoci battere per 3-1 e quasi non si accorsero che c’eravamo anche noi.
O forse sì, se ne accorsero quando ci fischiarono contro il nono rigore stagionale.
Ricordo che il radiocronista quasi interruppe di malavoglia il collega che stava parlando, per segnalare il gol del 2-1 di Hernandez, che infilò il secondo portiere giallorosso Superchi (!!!) che all’epoca doveva avere già duecento anni circa e quel giorno disputò l’ultima gara della sua carriera. carriera.
Con questo finale disastroso ed un calo fisico mortificante, la squadra di Bersellini gettò alle ortiche la possibilità di far nuovamente sgambettare in Europa i giocatori granata, sorte molto simile a quanto avvenne nel campionato seguente.
Ma non era certo finita lì.
C’era una Coppa Italia da giocare.
Nei quarti di finale avevamo infatti eliminato Catanzaro (0-1 per noi in Calabria e 2-0 a Torino) e Napoli (2-0 al Comunale, 0-0 al San Paolo).
In semifinale ci sarebbe toccato l’ostico ma non impossibile Verona.
Un’occasione unica magari per perdere la quarta finale consecutiva.
No, non andò così.

 

Era una strana primavera inoltrata quella del 1983.
Sembrava che il mondo stesse ritrovando una nuova vitalità.
Erano gli anni ’80 che si rivelavano con il loro pacchiano ma piacevole modo di essere. Erano le pettinature cotonate, gli abiti con le spalline.
Erano le magliette dai colori sgargianti. Quadratoni colorati giallo, rosso, blu e verde con mezzelune bianche all’interno. Erano le parole frizzanti di “Nell’aria c’è”, di Umberto Tozzi.
Era un mondo musicale che si sovrapponeva a un altro.
Thriller, e soprattutto il singolo Billy Jean, di Michael Jackson stava per imperversare, assieme a mostri sacri come i Police di Every Breath you take e Let’s dance di David Bowie.
In primavera poi i Pink Floyd avevano realizzato il controverso (non per me) The final cut, successo mondiale nonostante le tensioni tra Waters e Gilmour, ma già si affacciavano, gradevoli ma leggeri come la cartapesta, il suoni facili di musica che in una decina di anni sarebbe degenerata.
Le radio proponevano il riff economico di Last night a dj saved my life, canzone con la quale oggi ci sarebbe da leccarsi le dita, ma che allora era decisamente inquietante.
Oppure la canzonetta si trasformava in easy listening tutto italiano travestito da anglofono.
La stagione che andava a cominciare sarebbe stata quella di Ryan Paris e del Gazebo di I like Chopin.
Musicalmente parlando, gli anni ‘80 avevano elevato al ruolo di eroi personaggi che arrivavano dalla sperimentazione, quali Battiato, e avrebbero presentato un inaspettato conto a miti del decennio precedente, come ad esempio Bennato, che impiegò anni a risollevarsi dal crack di E’ arrivato un bastimento.
Battiato, proprio lui, lo ritroveremo tra poco.

 

Il 25 maggio 1983, Felix Magath mi fece uno dei più bei regali di compleanno mai ricevuti (ne ho già parlato, ma è impossibile tacerlo). E fece un bel regalino anche a tanti gobbastri, che ricordano quell’anno come una maledizione.
Pochi giorni dopo mi capitò di ritrovare i gobbi durante i nostri allenamenti all’aperto.
Tutti mogi, poche voci di incitamento da parte dei miei colleghi di palestra.
Allora o mai più. Forse fui un pelo incosciente.
Credo di essere stato vicino a Trapattoni…
Amburgo… Amburgo! – urlai verso di loro e feci in tempo a vedere la loro faccia stupita.
I miei colleghi me ne dissero di tutti i colori, ma io continuai a ridere e sghignazzare.
Chi ha detto che la vendetta si serve solo fredda?

 

Diciamocelo tra di noi che c‘eravamo.
Quando l’11 di giugno uscimmo vittoriosi dal Bentegodi, nella prima semifinale di Coppa Italia, avendo battuto gli scaligeri con un gol di Hernandez, davvero pensavamo già di essere arrivati alla quarta finale, che probabilmente avremmo disputato proprio contro i gobbi.
Il 15 di giugno allo stadio del Parco Ruffini, non ancora Nebiolo, si sarebbe tenuto il concerto di Franco Battiato, mio mito giovanile. Mi feci portare, incurante che a poche centinaia di metri di distanza il Toro avrebbe disputato la gara di ritorno col Verona.
Immaginate un concerto con il pubblico sulle gradinate ed il prato chiuso per motivi di sicurezza.
Lo shock per quanto avvenuto era ancora recente e portò molti a prendere decisioni emotive e affrettate.
La gente impiegò meno di cinque minuti a scavalcare le recinzioni e a riversarsi in massa sul terreno di gioco, fin sotto il palco.
Lo stesso tentativo di mantenere la gente distante dal palco venne sciaguratamente ripetuto cinque anni dopo in occasione del concerto di Michael Jackson al Comunale.

 

A concerto finito, l’interesse si involò verso il Toro.
Come fare per conoscere il risultato?
Telefonate? Tsk tsk era l’una passata.
Televideo? Eccome.
Sms? Certo, con la carta auguri, magari
Niente di niente.
Lo venni a sapere il giorno seguente, quando andai a comprare il giornale, di buon mattino.
E lo venne a sapere anche tutto il quartiere, nel quale il mio urlo lacerò l’aere.

 

Non è possibile! Non è possibileeeeeee!
Avevamo perso 1-2
. Eravamo stati eliminati perdendo in casa.
Selvaggi ci aveva illuso nel primo tempo.  Poi, cinque minuti dopo, su calcio d’angolo, Galbiati aveva bucato la palla, permettendo così a Volpati di pareggiare.
A tredici minuti dalla fine Penzo (lo ricordate? Andò ai gobbi l’anno seguente) ci castigò.
Fine di partita, di stagione e contestazione furibonda nell’antistadio.
Berselllini se la prese con Dossena, i tifosi un po’ con tutti.
Il Verona vinse la finale di andata per 2-0, ma perse ai supplementari per 3-0 la gara di ritorno contro i reduci di Atene.

 

La nostra storia volge lentamente al termine.
In quel giugno 1983 si comincerà a parlare di una ragazzina scomparsa in quel di Roma.
Il suo volto è rimasto impresso a tutti noi, come la sua foto su quel manifesto con i capelli lisci e lunghi. Povera Emanuela, vittima di chissà quali intrighi e bassezze di corte, perpetrati probabilmente per mezzo della malavita organizzata.
A  a fine giugno inoltre si tennero le elezioni politiche.
La DC ne uscì con una scoppola micidiale. Per tutta la campagna elettorale lo slogan “Decidi DC”, basato sulla ripetizione delle consonanti, era stato tambureggiante.
Forattini, a risultati acquisiti fece ribaltare molti dal ridere con la sua vignetta “Suicidi DC”.

 

Andò così in sconfitta il campionato 1982-1983 e gli avvenimenti di quei mesi, talora curiosi, talora tragici.
Sergio Rossi avrebbe messo mano al portafoglio e creato una squadra più solida, ma questa è storia di poi.
Il sottoscritto avrebbe bissato l’abbonamento nei Distinti Centrali, e si sarebbe finalmente fatto furbo, andando allo stadio da solo.
Ma era tardi, quei tre gol in quasi quattro minuti erano volati via col vento.
Curioso però.
Se devo ricordare un’immagine di quel campionato, ricordo l’abbonamento di cartoncino, piegato a metà. Sul lato esterno, i numeri da 1 a 15, nei quali soltanto l’uno e il tredici risultavano non obliterati.
E’ un ricordo che ha sempre avuto un risvolto un po’ malinconico.
Il ricordo della partita più bella del mondo.
Che io non vidi, pur avendo l’abbonamento in tasca.

 

Esistono due modi per raccontare la storia di un campionato.
Il primo è snocciolare partite e risultati, ce la caviamo con 20 righe.
Il secondo è condividere i ricordi con gli amici. come se fossimo di fronte a un buon bicchiere di vino.
Sono contento di avere scelto questo.

 

MAURO SAGLIETTI

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